• 24 Luglio 2021
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Economia, 28° Rapporto Crenos: Sardegna in ginocchio

Il 28° Rapporto del CRENoS (Centro Ricerche Economiche Nord Sud) sull’Economia della Sardegna è ultimato in un momento in cui i primi dati del 2021 mostrano l’economia italiana in leggera ripresa. La pandemia ha fatto emergere chiaramente alcune fragilità, come le disparità di genere e quelle tra generazioni, così come le differenze territoriali nella dotazione di infrastrutture digitali e di competenze.

Il Rapporto sull’Economia della Sardegna raccoglie ed elabora i dati di medio periodo che tracciano le linee tendenziali in atto prima della crisi. Partendo da questi dati è possibile cercare di comprendere in che modo la Sardegna sia attrezzata per sfruttare le opportunità offerte dalle nuove politiche del PNRR quali siano i suoi punti di forza e soprattutto quali le debolezze.

La debolezza della dinamica demografica e gli effetti del covid

Nel 2019 si registra un nuovo minimo storico nel numero dei nati (8.858) e scarsa mobilità in entrata, sia da altre regioni che dall’estero, determinando una spirale di decrescita della popolazione. Particolarmente accentuato il processo di invecchiamento, determinato dall’aumento della speranza di vita alla nascita (83,1 anni) e concomitante diminuzione del tasso di natalità (5,5 nati ogni mille abitanti). Si aggrava il rapporto intergenerazionale, che vede 222 persone sopra i 65 anni ogni 100 giovani dai 0 ai 14 anni, e aumenta il carico sociale ed economico sulla componente anagraficamente attiva della popolazione.

Nonostante la relativa scarsa diffusione del contagio virologico, nel 2020 in Sardegna si sono avuti 15.801 decessi, con una sovramortalità del 16% rispetto alla media del quinquennio precedente, causata dagli effetti diretti e indiretti dell’emergenza sanitaria (tra i secondi la contrazione dell’offerta sanitaria, il minor ricorso ai servizi di emergenza anche per pazienti in condizioni acute etc.). A questo si aggiunge una influenza negativa sul già basso tasso di natalità che induce gli individui a procrastinare la decisione di avere figli: le prime stime sul numero dei nati indicano che nel 2020 c’è stata una loro riduzione a 8.248. La combinazione dei due fattori non può che aggravare il segno negativo del saldo naturale.

Cresce la distanza della Sardegna dalle regioni più dinamiche dell’Unione

I dati del contesto macroeconomico, precedenti all’emergenza sanitaria del 2020, confermano la debolezza della struttura economica della Sardegna: nel 2019 il PIL per abitante è il 69% della media europea, e la Sardegna è 147esima su 240 regioni dell’Unione (media italiana: 96%).

Il sistema economico regionale non è capace di stare al passo con la crescita dell’Europa e nel tempo si allontana dalle regioni più dinamiche dal punto di vista economico. A livello nazionale nel 2019 vi è un segnale di convergenza che emerge da un incoraggiante aumento dell’1,4% su base annua del PIL per abitante (Mezzogiorno +0,7%, Centro-Nord +1,3%). Nonostante ciò permane il divario di reddito con le regioni settentrionali: il PIL della Sardegna (33,3 miliardi di euro in volume) si traduce in 20.356 euro per abitante, maggiore del Mezzogiorno (18.511 euro) ma distante del Centro-Nord (33͘796 euro).

L’esercizio di calcolo dell’impatto macroeconomico della diffusione del COVID-19 in Sardegna mostra che le ricadute sul PIL potrebbero essere più pesanti di quelle registrate a livello nazionale (-8,9% nel 2020 per l’Italia secondo le prime stime Istat)͘ Le attività maggiormente colpite sono quelle turisti che di alloggio e ristorazione, quelle a esse collegate (i servizi di supporto alle imprese e le attività immobiliari) e quelle che comportano un contatto diretto tra consumatori e fornitori (servizi alla persona, attività artistiche e ricreative, vendita al dettaglio). Tutti settori nei quali la Sardegna mostra una specializzazione produttiva.

I consumi delle famiglie nel 2019 indicano una spesa per abitante di 15.248 euro e mostrano un aumento dell’1,7% su base annua, superiore a quello del Mezzogiorno e del Centro-Nord. Esso ha riguardato tutte le componenti: i servizi (+2,3%), alimentari, prodotti per la cura della persona o della casa e medicinali (+0,6%) e in misura più elevata quella per i beni con utilizzo pluriennale (arredamento, autovetture, elettrodomestici, abbigliamento, calzature e libri: +4,3%).

Questa terza componente è quella che segnala per l’anno che precede la diffusione dell’epidemia un miglioramento delle aspettative da parte dei consumatori e una maggiore disponibilità di reddito delle famiglie. I consumi sono destinati a registrare nel 2020 una contrazione in questo momento impossibile da quantificare, dovuta al cambio delle abitudini e al crollo del reddito disponibile.

Il dato sugli investimenti mostra che nel 2018 non è stata ancora superata la fase di rallentamento del processo di accumulazione di capitale, particolarmente evidente in Sardegna negli anni della crisi economica, nei quali le imprese procrastinano la decisione di incrementare il proprio capitale materiale o immateriale e le famiglie posticipano l’acquisto di immobili͘ Gli investimenti nel 2018 sono 5,3 miliardi, 3͘254 euro per abitante in calo del 2,7%, un valore prossimo a quello del Mezzogiorno (3.037 euro, in crescita del 3,8%), mentre si amplifica la distanza con quello del Centro-Nord (6.236, +3,5%).

La struttura produttiva: imprese stabili, crollo dell’export di petrolio

Contrariamente alle previsioni, nel 2020 la forzata sospensione o la limitazione delle attività di molti settori economici non ha intaccato lo stock complessivo delle imprese attive che nel 2020 sono 144.128, 1.006 in più rispetto al 2019.

L’impatto immediato è stato invece sul flusso di iscrizioni e cancellazioni, diminuite rispettivamente del 15% e del 17,3%͘ L’elevata densità delle attività produttive rispetto alla popolazione (89,8 imprese ogni mille abitanti), maggiore alle altre aree del paese, è determinato dalla loro ridotta scala dimensionale (in media solo 2,9 addetti per impresa) e dalla preponderante presenza di microimprese (oltre il 96% del totale) che assorbe una quota di addetti del 62,3% (39,7% nel Centro-Nord).

Dal punto di vista settoriale la regione conferma la sua specializzazione nel comparto agricolo (24% del totale delle imprese) e nei settori collegati al turismo (9%), mentre i settori tradizionalmente a più alto valore aggiunto, relativi ad attività finanziarie, immobiliari, professionali, scientifiche e di supporto alle imprese sono invece relativamente meno sviluppati in ambito regionale.

Dal punto di vista del valore aggiunto è da segnalare ancora nel 2019 il sovradimensionamento dei settori legati alle attività svolte prevalentemente in ambito pubblico e ai servizi non destinabili alla vendita: amministrazione pubblica, difesa, istruzione, sanità e assistenza sociale e arti in ambito regionale sono responsabili della creazione del 31,6% del valore aggiunto totale, una quota che non ha equivalente in ambito nazionale e supera anche quella del Mezzogiorno.

I dati dipingono un quadro del tessuto imprenditoriale che nelle sue caratteristiche strutturali evidenzia elementi di fragilità: una dimensione estremamente ridotta e una composizione settoriale che vede una prevalenza di imprese attive nei settori a più bassa produttività e legate alla produzione di beni non commerciabili, se non attraverso la domanda esterna, nazionale o estera, che si esprime in loco e che nell’ultimo anno ha subito un tracollo a causa delle limitazione agli spostamenti e alla modifica delle abitudini.

Nel 2020 si registra una drastica riduzione delle esportazioni, -40,6% rispetto al 2019͘ Le vendite all’estero di prodotti petroliferi sono colpite dal crollo del prezzo internazionale del petrolio e si riducono a 2,4 miliardi di euro nel 2020 (-48,2%). I restanti settori, in media in contrazione del 4,7%, mostrano una certa variabilità: l’industria dei prodotti in metallo raggiunge i 276 milioni di euro e segna un importante +46%, mentre si registra un calo delle vendite dell’industria chimica di base (188 milioni, -26,3% rispetto al 2019)͘ L’export dell’industria lattiero-casearia è in diminuzione del 2,7% ma le vendite verso gli Stati Uniti, principale destinazione del pecorino romano, sono rimaste sostanzialmente invariate.

L’impatto della pandemia sul mercato del lavoro in Sardegna cancella tre anni di progressi

Subisce un brusco arresto sia il tasso di partecipazione al mercato del lavoro (- 3 punti sul 2019) che il tasso di occupazione (-1,8 punti). La Sardegna perde nel complesso 27 mila occupati e 43 mila forze di lavoro, collocandosi così tra le regioni in cui la crisi pandemica ha avuto gli effetti peggiori sul mercato del lavoro.

A contribuire a questo primato negativo è sicuramente la particolare struttura occupazionale in Sardegna, che nel 2019 vedeva quasi un lavoratore su quattro impiegato nel settore del commercio o della ristorazione. In questo settore, particolarmente esposto alle conseguenze delle misure restrittive per il contenimento della pandemia, il numero degli occupati si riduce infatti di oltre il 7%.

Donne e lavoratori con minore tutela contrattuale sono le categorie più colpite

Le peggiori prospettive occupazionali hanno ridotto la partecipazione al mercato del lavoro soprattutto tra le donne. Oltre la metà (56%) di coloro che escono dal mercato del lavoro in Sardegna sono donne, nonostante queste ultime rappresentassero nel 2019 solo il 43% delle forze di lavoro.

Anche il tasso di occupazione femminile (-5,6%) peggiora più di quello maschile (-3,4%), soprattutto tra le lavoratrici con un titolo di studio inferiore alla laurea. Per quanto riguarda le diverse tipologie contrattuali, la quasi totalità della riduzione dell’occupazione si registra tra i lavoratori con contratto a tempo determinato. La mancata attivazione o rinnovo di contratti di lavoro stagionali, o di breve durata si riflette nel crollo delle attivazioni e cessazioni di rapporti di lavoro, in entrambi i casi con un calo che supera le 100mila unità.

In un quadro con molte ombre, qualche luce viene dall’aumento dei livelli occupazionali nell’agricoltura (+2,7% di occupati) e nelle costruzioni (+19%). Non sembra invece essere un segnale positivo la riduzione del tasso di disoccupazione (in calo dal 14,7% al 13,3% nell’ultimo anno)͘ Questo andamento è infatti la conseguenza della riduzione della partecipazione al mercato del lavoro, e quindi di un aumento del numero degli inattivi, che non hanno un impiego e hanno rinunciato a cercarlo (+39mila unità).

Servizi pubblici: nel pre-pandemia cresce la spesa sanitaria ma migliora l’efficacia del sistema sanitario regionale. Segnali negativi dal fronte dei servizi di welfare locale

La spesa sanitaria in Sardegna continua la sua crescita iniziata nel 2017 passando dai 3,27 miliardi di euro del 2018 ai 3,33 miliardi del 2019: essa incide per il 9,5% del PIL contro una media nazionale del 6,6%. La spesa sanitaria per abitante è pari a 2.058 euro, in crescita del 3% rispetto al 2018, e risulta maggiore rispetto a quella del Mezzogiorno (1.883) e del Centro-Nord (2.006).

Ai livelli di spesa relativamente elevati si accompagna una gestione del servizio complessivamente efficace: il Sistema Sanitario Regionale supera la soglia di adempienza nazionale con riferimento ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).

Dai dati sui servizi socio-educativi per la prima infanzia emerge un quadro complessivamente insoddisfacente. La Sardegna risulta essere la penultima regione italiana per copertura comunale di questo tipo di servizi: solo il 23,3% dei comuni offre questo servizio, valore in calo di 4,3 punti rispetto al 2017. Rimane sostanzialmente stabile il dato riguardante la fruizione del servizio: l’11,7% degli utenti potenziali utilizza questo servizio, contro una media nazionale del 14,1%. Inoltre, si riduce la spesa dei comuni sardi a fronte di un incremento della quota di partecipazione delle famiglie.

Migliore gestione dei rifiuti e del trasporto pubblico locale

Dall’analisi dei dati sulla gestione dei rifiuti emerge un quadro positivo. La percentuale di raccolta differenziata continua a crescere e raggiunge, nel 2019, il 73,3%, percentuale superiore a quella registrata nel Centro-Nord (66%) e nel Mezzogiorno (50,6%). Dopo il Veneto, la Sardegna registra la prestazione migliore tra le regioni italiane. La produzione pro capite di rifiuti solidi urbani rimane stabile rispetto al 2018 con un valore di 456 kg per abitante, nettamente inferiore rispetto alla media nazionale (504 kg). La spesa pro capite per la gestione dei rifiuti sostenuta dalle amministrazioni sarde è pari a 185 euro e risulta essere superiore rispetto alla media nazionale (157 euro).

L’analisi dei dati sul trasporto pubblico locale mostra che nel 2019, per la prima volta nell’ultimo decennio, la percentuale di pendolari che utilizzano mezzi pubblici in Sardegna (15,6%) supera il valore registrato nel Mezzogiorno (14,3%), rimanendo tuttavia al di sotto della media nazionale (18,1%). Il livello di soddisfazione degli utenti di treni e autobus (trasporto urbano) si riduce. Tuttavia, il livello di soddisfazione degli utenti sardi di autobus si conferma superiore ai valori osservati sia nel Centro-Nord che nel Mezzogiorno.

Turismo: crescono i turisti nazionali ma rallentano quelli stranieri, aumenta l’offerta extralberghiera

I dati Istat per il 2019 indicano circa 3 milioni e 400 mila arrivi e 15 milioni e 100 mila presenze (rispettivamente +5% e +1,4% rispetto al 2018). A differenza del trend che si è registrato nell’ultimo decennio, a crescere di più sono state le presenze italiane (+2,5%) contro lo 0,3% di quelle straniere. Rispetto ai competitor (Sicilia, Puglia, Calabria e Corsica), la performance della Sardegna risulta la migliore per quanto riguarda la crescita delle presenze nazionali.

Nel 2019 la quota dei turisti stranieri è pari al 51% (33% nel 2010) ed è in linea con la media nazionale. Germania, Francia, Svizzera e Regno Unito si riconfermano i principali paesi di provenienza dei flussi turistici. Da segnalare che crescono soprattutto le presenze dei turisti spagnoli (+19%), russi (+14%) e belgi (+5%).
Circa il 49% delle presenze turistiche complessive si concentra nei mesi di luglio e agosto, percentuale che raggiunge l’82% se si considera l’intera stagione estiva da giugno a settembre. La forte stagionalità dei flussi, caratteristica delle destinazioni orientate al turismo marino-balneare, comporta un basso utilizzo delle strutture ricettive rispetto al loro potenziale.

L’indice di utilizzazione si attesta al 26,6% per le strutture del comparto alberghiero e al 11,4% per quelle del comparto extralberghiero. Basti pensare che le strutture vengono utilizzate per il 59% nel mese di agosto e solamente per l’1% nei mesi di gennaio. Sebbene le quote di utilizzo siano inferiori alla media italiana e corsa, la nota positiva è che la Sardegna è in linea con le altre regioni competitor del Sud Italia e che, negli ultimi anni, ha sperimentato un miglioramento.

L’aumento dei turisti internazionali, il cui numero supera quello dei turisti nazionali nei mesi cosiddetti “di spalla” (aprile, maggio, giugno, settembre e ottobre), sta dunque contribuendo al processo di destagionalizzazione.

Tale obiettivo, in linea anche con la politica di coesione europea, risulta sempre piƶ rilevante in un’ottica di sostenibilità ambientale ed economica in particolare per le regioni del Sud Italia.

Per quanto riguarda l’offerta ricettiva, nel 2019 aumentano sia le strutture (+9,1%), sia i posti letto (+2,1%). In particolare, si rileva un aumento della capacità nelle strutture alberghiere di alta qualità (+4,7% negli alberghi 5 stelle e 5 stelle lusso e +0,7% in quelli 4 stelle più rispetto al 2018) mentre diminuisce nelle categorie 3 stelle e 2 stelle. Tra le strutture extralberghiere, i posti letto sono in crescita negli alloggi in affitto (+11,2%) e nei B&B (+8,3%); mentre si segnala una diminuzione nelle case per ferie (-15,6%).

Capitale umano e Ricerca e Sviluppo: persistente ritardo della Sardegna

Il trend di convergenza della Sardegna verso gli obiettivi programmati per il 2020 è notevolmente rallentato negli ultimi anni, ed il divario con il resto d’Europa si acuisce͘ Per quanto riguarda il capitale umano, nel 2019 la Sardegna registra solo 21,6% di giovani laureati (lontano dall’obiettivo del 40% per il 2020), e la presenza di scienziati ed ingegneri – indice della componente scientifica nel mondo del lavoro – è solo del 3,9% sulla popolazione attiva, a fronte del 10,2% nell’Europa a 27 membri.

Gli strumenti messi in campo per correggere questo trend non sembrano funzionare: il 17,8% di giovani hanno abbandonato gli studi (rispetto al 10,2% dell’UE27), solo l’8,5% di adulti partecipa ad attività di long-life learning (contro il 10,8 della media UE27), e l’inclusione dei giovani in percorsi di studio o di lavoro continua ad essere insufficiente e preoccupante (il 21,8% di giovani è classificata come NEET rispetto al 10,1% della media europea).

Con l’introduzione della DAD, il divario potrebbe addirittura acuirsi: recenti studi in Europa sull’impatto della D D sull’istruzione rivelano, per l’ultimo anno scolastico, la perdita di apprendimento equivalente ad un quinto del programma, con divari maggiori (fino al 60%) tra gli studenti provenienti da famiglie meno istruite, condizione molto diffusa in Sardegna, data la bassa percentuale di popolazione laureata.

Nel 2018 in Sardegna gli investimenti in R&S sono poco più di un quarto della media UE27: il basso apporto di risorse private nella ricerca (l’ultima regione in Italia con il 15%), la bassa cooperazione per l’innovazione (il 6% delle imprese rispetto alla media italiana del 12%) e la scarsa introduzione di innovazioni di processo o prodotto (solo il 39% delle imprese sarde rispetto al 50% di quelle italiane), confermano la carenza di risorse destinate al rilancio dell’economia e la bassa propensione all’innovazione delle imprese isolane.

Notizie meno drammatiche arrivano dalla tenuta delle startup nell’anno della pandemia, che a dicembre 2020 in Sardegna risultano 168 (35 in più rispetto all’anno passato), sebbene gli indicatori pro capite non siano altrettanto confortanti (10,2 startup ogni 100.000 abitanti rispetto ad una media italiana di 20,5).

Il nuovo Next Generation EU, se ben indirizzato e gestito, può costituire una potente leva per lo sviluppo regionale e il sistema innovativo locale: più del 50% dell’importo del programma sosterrà la modernizzazione nazionale e regionale tramite investimenti che puntano ad aumentarne la competitività e la resilienza, tramite azioni indirizzate verso la ricerca e sviluppo, la transizione climatica e digitale, e interventi specifici per contrastare il cambiamento climatico.