• 16 Maggio 2021
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Monti. Giovanni Battista Campus, un eroe della Moby Prince

L’ufficiale marconista Giovanni Battista Campus è una delle 140 pesone morte avvolte dalle fiamme nel traghetto della Moby Prince che il 10 aprile 1991 si scontrò con la petroliera Agip Abruzzo.

MONTI. “Per non dimenticare”: storia della tragedia irrisolta della Moby Prince. Trent’anni fa, il 10 aprile 1991, avvenne nelle acque antistanti il porto di Livorno la più grande tragedia della marineria italiana in tempo di pace. Causata dalla collisione fra il traghetto Moby Prince, della compagnia Navarma, partita dal porto toscano e diretta all’Isola Bianca ad Olbia, con la petroliera Agip Abruzzo. L’impatto sviluppò uno spaventoso incendio nel quale morirono bruciate 140 persone: 75 passeggeri e 65 membri d’equipaggio e andarono distrutti 35 automezzi.

Fra i membri dell’equipaggio, morti avvolti dalle fiamme, anche un cittadino di Monti: Giovanni Battista Campus, esperto ufficiale marconista, che sino alla fine, si comportò da vero eroe. Dal suo posto di lavoro, in sala radio, tentò, prima di chiarire le posizioni delle navi che si trovavano nella rada, sulla rotta della Moby e dopo, con ripetuti SOS per far capire la gravità della situazione, lanciati verso le stazioni radio della terra ferma, si sacrificò, infine, con il resto dell’equipaggio nel tentativo di soccorrere i passeggeri e salvare vite umane.

La famiglia di Giovanni Battista Campus con il giornalista Pinillo Mattioli

Giovanni Battista Campus era un cattolico fervente e praticante. Da adolescente frequentò, per qualche anno, il seminario ad Ozieri. Dopo aver intrapreso la carriera nella marina mercantile, è stato benefattore della parrocchia di Monti. Infatti, attorno agli anni ’70 del secolo scorso, con la moglie Maria, grazie alla loro donazione, fu mosaicata la lunetta del portale della chiesa parrocchiale, raffigurante San Gavino martire in Monti con sfondo d’oro zecchino.

Sono trascorsi trent’anni da quella tragica notte e non rimane che una sola nuda realtà: non sono stati sufficienti diversi gradi di giudizio nei tribunali italiani, né inchieste parlamentari, mentre, di contro è montata la rabbia e le proteste civili dei familiari delle vittime, costituite in due comitati (Associazione 10 aprile e Familiari vittime Moby Prince-onlus) che in diverse circostanze hanno chiesto alla “Giustizia e alla Politica” di arrivare alla verità per come si svolsero i fatti in quella infernale notte nelle acque del Tirreno a poche miglia da Livorno.

All’epoca della tragedia, la famiglia dell’ufficiale marconista Giovanni Battista Campus, la moglie Maria e i due figli Alessandro e Anna Lisa, viveva a Genova, oggi si divide fra il capoluogo ligure e Monti. Da allora, e in tutti questi anni, in loro, non si è lenito il dolore, stretti attorno al ricordo struggente del congiunto, sopportato con dignità, onore e decoro, mai una dichiarazione sopra le righe, né un comportamento fuori luogo, sempre grande riservatezza.

A distanza di 30 anni, nonostante si apassato tanto tempo, è accresciuta la rabbia, che ha preso il posto alla delusione, amarezza, sconforto e frustrazione, facendo emergere il fatto che da tale situazione pilatesca, le vittime sarebbero state uccise più volte. Ora in questo anniversario si è riaccesa la speranza grazie ai media, e soprattutto l’alto intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Matterella, che ha lodato la determinazione dei familiari delle vittime e chiesto di “Fare luce sulle responsabilità”. Sarà la volta buona?

Giuseppe Mattioli