• 29 Novembre 2021
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Intervista al giornalista Toni Capuozzo, ospite a Pattada per la presentazione del suo libro

Toni Capuozzo, 72 anni, Antonio all’anagrafe, ha origini napoletane da parte di padre e friulane da parte di madre. Giornalista, scrittore e conduttore televisivo. Laureato in sociologia all’università di Trento, dal 1979 si occupa di America Latina per il quotidiano Lotta Continua e nel 1983 diventa giornalista professionista. Lavora poi per Reporter, Panorama mese ed Epoca. Si occupa di mafia per Mixer e poi per Mediaset come inviato di guerra nell’ex Jugoslavia, Somalia, Medio Oriente e Unione Sovietica. Vice direttore del Tg5 fino al 2013, per anni ha condotto Terra, dal 2000 al 2017. Nel 2009 mette in scena uno spettacolo teatrale con Mauro Corona, Tre uomini di parola, per ricavare fondi da destinare alla costruzione di una casa-alloggio per gli ustionati di Herat (Afghanistan).

Nella giornata di ieri, mercoledì 22 settembre, Toni Capuozzo ha presentato a Pattada il suo ultimo libro “Piccole patrie”, a margine della conferenza la freelance Maria Vittoria Dettoto lo ha incontrato per un’intervista, che pubblichiamo integralmente.

Dal 1983 la sua carriera è costellata di premi: l’ultimo è il premio letterario Nabokov per “Piccole patrie’, nel quale racconta il suo Afghanistan: viaggi, catastrofi, guerre, persone. Secondo lei, cosa hanno lasciato in noi italiani questi venti anni di guerra in Afghanistan, che abbiamo indirettamente vissuto e Lei ha vissuto in prima persona?

«Credo che l’immagine che resterà nella memoria, penso sia la fuga disperata verso gli aerei che stavano per decollare dall’aeroporto, le piste che venivano invase dalle persone, i bambini che venivano consegnati a chi era già sulla cima del muro, ma soprattutto l’amara constatazione che va oltre il senso di quella missione e quei vent’anni ed è il fatto che nella storia non è garantito il lieto fine. Siamo cresciuti per generazioni con la convinzione che i figli fossero destinati a vivere una vita migliore, più agiata dei padri; ed è sempre stato così rispetto ai nostri nonni e padre. Mentre improvvisamente ci rendiamo conto che non sempre il mondo migliora, può anche fare dei passi indietro vistosi. È una constatazione amara e dolorosa per le donne afghane, però toglie dell’ottimismo anche a noi. Ci toglie l’illusione che il mondo è destinato sempre a migliorare».

Lei ha dichiarato che ogni guerra le lascia qualcosa, perché resta un segno anche in lei che non si autodefinisce un inviato di guerra, nonostante ci abbia raccontato per tanti anni dalle diverse parti del mondo i conflitti. Come descriverebbe la guerra ad un bambino?

«Non farei come hanno fatto con me i miei genitori, che avevano vissuto la guerra e non ne parlavano mai in casa, perché erano convinti che non ci servisse. Grazie al Cielo per me da bambino la guerra era qualche casa in macerie residuo dei bombardamenti e nei manifesti all’ingresso della scuola elementare di non raccogliere oggetti in ferro che potevano essere bombe ed erano i film di guerra, che sembravano come tutti i film insomma, che ci appassionavano, non ci spaventavano. Se posso usare un esempio brutale è come il rischio della pedofilia: ai bambini nessuno vuole spaventarli, ma non puoi crescerli neanche come degli ingenui. Cerchi di crescerli non troppo diffidenti, nel senso che non devono avere paura del mondo. Raccontare la guerra ad un ragazzo è diverso; ad un bambino, non parlerei proprio di guerra. Nei limiti del possibile, eviterei anche di fargli vedere il telegiornale, no? Perché i bambini a cominciare da quelli che sono cresciuti nelle guerre, hanno una forza incredibile, riprendono a giocare subito. Se fossi direttore di un giornale, censurerei sempre le notizie sui suicidi degli adolescenti, non le metterei sul giornale. Da genitore non farei leggere la notizia di quel bambino conteso dalla famiglia, fra un ramo italiano ed uno israeliano, perché dovresti raccontare di un orfano, di una famiglia che se lo litiga… Cioè, proteggerei i bambini da certe notizie, almeno finite le elementari. Ci sono altri problemi sui quali si può discutere con un bambino: l’ambiente, le protezioni degli animali, le specie che scompaiono. Ho scritto un libro, Le guerre spiegate ai ragazzi, ma ai ragazzi, non ai bambini».

Suo padre a 14 anni le regalò una Pelikan con un biglietto contenente un augurio: “Al futuro giornalista, il papà, con tanti affettuosi auguri, offre i ferri del mestiere”. Lei rispose: “Con tante grazie al mio adorato papà inizio a usare il dono con la speranza che mi porti fortuna”. Oggi darebbe a suo padre la stessa risposta o la cambierebbe?

«Mi ha sorpreso perché io non sapevo proprio di fare il giornalista, sono andato avanti anni senza saperlo. Certe volte pensi che è un destino. Quando invecchi, c’è sempre una percentuale di scelte che noi assecondiamo, che sembrano delle scelte fatte dal destino. Questo vale anche nell’amore e nel disamore: fai delle scelte che decideranno tutta la tua vita, senza che in quel momento essere terrorizzato dalla drammaticità della scelta: o questo o quello. Fai quello e poi da lì viene decisa la tua vita. E così è stato per me: non pensavo che avrei fatto il giornalista. Dico solo che per me è stato un colpo di fortuna, perchè mi ha permesso di fare quello che mi piaceva fare, scrivere e viaggiare. E in più, guadagnarmi da vivere».

Con l’Operazione Enduring Freedom (Op. Libertà Duratura), gli USA pongono in essere il primo atto della guerra al terrorismo contro i talebani in Afghanistan, caduto nelle mani dei terroristi a conclusione della guerra contro i sovietici. I talebani avevano impiantato in Afghanistan numerosi campi di addestramento di Al-Qaida e negli anni ’90 avevano già attentato gli Stati Uniti a Nairobi ed in Yemen. L’11 settembre, 4 attacchi tra NY e Washington provocarono 3000 morti.

Nel 2006 a guida Nato. Il 2 maggio 2011 viene ucciso il leader di Al Qaida dagli americani ad Islamabad in Pakistan. Nel 2021 inizia il ritiro delle truppe statunitensi. Il 15 agosto i talebani entrano a Kabul. Il bilancio dei morti è terribile:

  • 53 italiani morti in Afghanistan. 31 uccisi in combattimenti, 22 per altre cause.
  • 47.000 civili afghani, 66 soldati e forze dell’ordine.
  • 2448 militari americani
  • 1144 degli altri eserciti.
  • 72 tra operatori sanitari e giornalisti
    In totale 170.000 morti.

Subito dopo l’11 settembre 2001, Oriana Fallaci scrisse due articoli che comparvero in un famoso quotidiano, dai quali poi nacque il libro La rabbia e l’orgoglio. Anche nei suoi scritti successivi, la Fallaci dichiarò che tutte le stragi successive all’11 settembre che peraltro non rappresentarono il primo campanello d’allarme, ma come Lei sa meglio di me, c’erano stati alla fine degli anni novanta due attentati per mano dei talebani, uno dei quali in Yemen, erano successe perché “Il nemico che abbiamo in casa”, disse la Fallaci .”È un nemico che trattiamo da amico”, aggiunse nei confronti dei talebani. Secondo Lei signor Capuozzo, qual è il nemico che abbiamo oggi in casa in Italia?

«Credo che il primo nemico siamo noi stessi innanzitutto, perché a volte pecchiamo di arroganza, siamo convinti di conoscere il mondo, di capirlo. A volte non siamo affezionati al patrimonio che ci ha lasciato chi ci ha preceduto: penso al paesaggio, all’arte, alla cultura e persino i valori. Noi viviamo in una democrazia che qualche volta mostra dei limiti pesanti, però se appena appena giri il mondo, capisci quanto siamo fortunati. Per le condizioni di benessere: uno della mia età, si ricorda che cos’è l’Alitalia del dopoguerra, che cosa è la miseria, le ristrettezze. Se si vede come viviamo oggi, capisco che a momenti possano esserci delle proteste, dei malcontenti, siamo un Paese pieno di ingiustizie e di cose che non funzionano, però dovremmo baciare la terra dove camminiamo. Se tenessimo di più a quello che c’è stato lasciato ed avessimo più cura e più attenzione in quello che lasciamo alle generazioni che vengono, già sarebbe molto. Per questo dico il primo nemico siamo noi stessi. Siamo tremendamente fortunati, siamo la prima generazione che invecchia senza aver visto una guerra negli ultimi settant’anni, senza essere stati mandati a combattere. Se uno pensa alle vite dei nostri padri, dei nostri nonni, si rende conto che abbiamo avuto una fortuna tremenda. Poi certe volte dovremmo essere un po’ più umili nel cercare di capire il mondo e di tenerci stretti alcuni nostri valori: penso ad esempio alle ondate migratorie, che in molti casi possono essere inevitabili, però è molto importante che secondo me si chiarisca che ci sono delle linee rosse che non puoi valicare. È benvenuto chi viene a cercare una vita migliore o chi davvero fugge da una guerra, però i diritti dei minori, i diritti delle donne, la separazione tra Stato e religione, sono le cose che noi ci siamo conquistati attraverso i secoli ed alle quali non siamo disposti a rinunciare. Io penso a quando ho seguito con attenzione, perché avvenuto nella terra nella quale sono nato e cresciuto: l’altro giorno una maestra ha invitato il parroco a non dire il Padre Nostro all’inaugurazione di un edificio scolastico. Io personalmente non sono uno che va in chiesa, ci vado per battesimi, funerali e matrimoni, però credo che non ci sia nessuna prevaricazione nel restare legati a quelli che sono i simboli della nostra cultura. Penso anche alle recite di Natale che non vengono fatte da alcune scuole perché potrebbero offendere qualcuno, mi sembrano delle fesserie, perché penso che siamo noi i primi nemici di noi stessi, senza andare a cercarli altrove».

Come mai secondo lei in Italia non siamo mai stati vittime di attentati terroristici, nonostante dopo l’11 settembre ci siano stati in numerose città europee tra cui Madrid, Beslan, Londra, Parigi ed al contempo siano state più volte trovate nel nostro Paese cellule di terroristi?

«Le ragioni sono molte. L’Italia è un punto di passaggio per loro importante. Solo nelle barzellette si vede quello che sega il ramo sul quale uno è seduto. L’altro è il lavoro dell’Intelligence e delle forze dell’ordine, che è un lavoro efficace e poi il fatto che l’Italia non è percepita come una capitale dell’imperialismo occidentale. Credo che il problema del terrorismo abbia molto a che fare con i doveri della donna, si dovrebbe cercare di capire perché la donna in Afghanistan è trattata in un modo che i talebani portano all’estremo. È una situazione che fa comodo all’uomo: hai a casa una donna ubbidiente, confinata nel suo ruolo domestico, in tribunale una testimonianza di un uomo vale quella di tre donne. È una condizione di totale privilegio per il maschio, però uno si chiede perché la donna viene imprigionata in quel modo, anche da un punto di vista tessile, dell’abito. Anche in italiano un tempo si diceva veste in modo castigato, il che dà l’idea di una donna che deve essere quasi punita. Pensate solo che siccome nelle famiglie povere il burka è uno e viene suddiviso tra le donne della famiglia, i casi di tubercolosi tra le donne sono il doppio o il triplo di quelli tra gli uomini, perché bastava una che in famiglia aveva la tisi, la passava a tutte le altre. L’idea di fondo è che il corpo della donna, compreso lo sguardo sia una provocazione verso il peccato e quindi debba essere nascosto. Per questo i talebani coprono le donne affinché la tentazione neanche esista».

Di fatto la guerra in Afghanistan oltre ad essere stata una guerra al terrorismo come dichiarato in primis a suo tempo da Bush, sappiamo bene che è anche una guerra di tipo economico. Sappiamo bene quelle che sono le risorse presenti in Afghanistan, le miniere di diverse materiale tra cui ad esempio il rame o lo stesso litio, che fa tanto gola alla Cina in quanto utilizzato oltre che per usi tecnologici e per alimentare le batterie delle auto elettriche, delle quali non a caso la Cina è il maggior produttore al mondo, anche nel campo del nucleare. Lei quindi crede che di fatto questa guerra rappresenti una sconfitta per l’Occidente?

«È peggio di una sconfitta, è la sconfitta del tentativo di costruire un paese, la sconfitta di una missione di pace, non di una guerra. Ho passato tanto tempo in Afghanistan e le guerre sono un’altra cosa, sono conquiste di territori. Questi venti anni sono stati un’altra cosa: i bombardamenti americani sono stati precisamente agli inizi di questi venti anni, quando a Kabul è entrata l’Alleanza del Nord; dopo sono stati il tentativo di mettere in piedi un sistema che avesse qualcosa di democratico. allora le sconfitte in una guerra ci sono e penso che possono essere dolorose per chi le subisce, ma questa è la sconfitta del tentativo di portare la pace che è molto peggio perché la guerra la puoi perdere, se perdi la pace ti sei rivelato inabile a costruire un Paese».

Maria Vittoria Dettoto