• 28 Febbraio 2024
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“Sa falada de s’appara ‘e maju”, modi di dire in logudorese

Sapara e maju

Ci sono immagini della natura che meglio di qualunque altro riferimento sono di ispirazione per la lingua sarda. Offrono spunto per connotare uno stato d’animo, una condizione fisica o psicologica. Senza quei modi di dire potremmo comunque indicare quelle situazioni alle quali ci stiamo riferendo. Ma esprimerlo in italiano non è la stessa cosa. Per esempio affermare di essere stanchi, condizione che con la vita frenetica che conduciamo ci capita spesso di vivere, fa capire all’interlocutore quale sia il nostro stato fisico ma il livello di stanchezza è difficile da farlo intendere. Soprattutto se si tratta di quella che non dà scampo, inevitabile, di un evento che vede appassire le nostre funzioni vitali e che ci vede passare da una condizione di energica vitalità ad una di totale incapacità reattiva. Ecco, si potrebbe dire “Sono crollato” e logicamente colui che ci ascolta, se parla la nostra stessa lingua capisce. Ma esiste un modo di dire logudorese che quel radicale cambiamento di condizione lo racchiude perfettamente nella sua immagine evolutiva: “Sa falada de s’appara ‘e maju”, cioè “Ho ceduto come l’aglietto a maggio”.

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La traduzione non dà certo spazio alla comprensione. Anzi, forse si pensa ad una caduta accidentale e anche ridicola. Eppure solo chi conosce il ciclo evolutivo della pianta erbacea può capire di cosa si tratta. Ad aprile un osservatore in erba potrebbe confonderlo con un fiore di campo perché i germogli verdi che non vengono raccolti sbocciano. I fiori campanulati si presentano con tepali bianchi che hanno una nervatura verde centrale. Ma se decidiamo di raccogliere i talli per gustarne il sapore delicato non vedremmo quella transizione della natura che porta in breve tempo dal massimo splendore al declino. Ed è proprio il momento finale del ciclo della vita dell’aglio selvatico che costituisce una fonte di ispirazione per indicare quella condizione di cedimento di cui parlavamo. Il crollo dello scapo fiorale, che inevitabilmente a maggio caratterizza l’aglio selvatico a seguito del periodo di rigogliosa forma, meglio di qualunque altra immagine serve per indicare quel decadimento fisico del corpo umano, sì transitorio, sì ciclico ma che non dà scampo e determina lo spegnimento delle funzioni vitali.

“Sa falada de s’appara ‘e maju” non potrà mai essere equiparato all’affermazione “Sono crollato”. Forse ad armi pari potrebbe gareggiare con l’altro modo di dire logudorese “So rutta a frunda” cioè “Ho avuto un cedimento come le fronde cadenti dell’albero”. E anche in questo caso la comprensione non ha bisogno di ulteriori spiegazioni o precisazioni perché l’immagine visiva basta di per sé. Questi sono i regali che la lingua sarda ci offre.

Piera Anna Mutzu

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