• 21 Maggio 2026
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Giovanni Ruiu di Anela, un eroe della seconda guerra mondiale

Giovanni Ruiu Anela 1
Nel suo memoriale del 1974, il drammatico racconto dei combattimenti a El Alamein, la cattura e la fuga dal campo di prigionia nel 1946.

ANELA | 21 maggio 2026. Il 1° settembre 1939 verrà ricordato come data storica dell’inizio della seconda guerra mondiale. Evento importante e tragico che impegnò molte nazioni in termini militari, diplomatici, economici ed umani. L’Italia mussoliniana non ne rimase esente. Anzi, a seguito di una iniziale politica non interventista, vi partecipò attivamente, a fianco della Germania nazista. Molti giovani sardi furono arruolati e impegnati da subito nel conflitto, in tanti fronti.

Giovanni Ruiu, chiamato familiarmente Zuanne, fu fra questi. Nato ad Anela il 18 luglio 1920 da Nicolava Dettori e Costantino Ruiu, ha partecipato dall’11 al 23 giugno 1940 alle operazioni di guerra svoltesi nello scacchiere Alpino Occidentale col 42 Reggimento Ftr. Mobilitato dal 28 ottobre 1940 al 23 aprile 1941 alle operazioni di guerra svoltesi con la 37 Compagnia Cannoni da 47 Divisione “Modena” sul fronte Greco-Albanese.

Promosso Sergente e decorato con la medaglia di bronzo sul campo per merito di guerra dal Comandante del XXV Corpo d’Armata sul fatto d’armi di Lekdusahaj-Fronte Greco con la seguente motivazione: “Venuto a mancare il Capo Pezzo per congelamento ai piedi, assumeva il doppio incarico di Capo Pezzo e di Puntatore rimanendo per più giorni al servizio del suo cannone posto in linea con il reparto fucilieri. Benché la sua arma fosse rimasta isolata ed a diretto contatto con il nemico, continuava, non curante del grave momento, il suo efficace tiro che, nonostante l’assalto in forze del nemico, riusciva a stroncare l’irruenza del nemico costringendolo al ripiegamento con gravi perdite. Meraviglioso esempio di calma, competenza, sentimento patrio ed attaccamento al proprio dovere”. Lekdusahaj 1/1/1941 – Fronte Greco.

Giovanni Ruiu 2

Mobilitato dal 2 agosto al 26 ottobre 1942 alle operazioni di guerra svoltesi nell’Africa Settentrionale col 3° Reggimento Paracadutisti “Folgore”, combatté valorosamente a El Alamein (Egitto). Zuanne Ruiu, a testimonianza dell’eroismo dimostrato dai Soldati Italiani in tutte le fasi di quest’ultimo evento bellico, nel 1974 scrisse “Il Memoriale della battaglia di El Alamein”, prezioso documento storico, meritevole di ampia diffusione per comprenderne esaurientemente l’importanza.

All’inizio di questa battaglia Zuanne Ruiu comandava una postazione da 47/32 – Compagnia Cannoni del 187 Reggimento “Folgore”, situata all’estremità est del saliente di Dair El Munassib. La relazione è talmente dettagliata e coinvolgente da permetterci di rivivere bene quegli avvenimenti.

“Benché la battaglia fosse iniziata il 23 ottobre 1942, la squadra al pezzo messo agli ordini di Zuanne Ruiu, costituita da otto paracadutisti, ‘tutti presenti’, entrò in azione nel pomeriggio del 25 ottobre quando le posizioni meridionali del Mounassib furono attaccate da formazioni di carri inglesi”.

Zuanne Ruiu scriveva: “Dal mio punto di osservazione potei vederne una trentina, provenienti da destra, che giunsero fino ad una distanza dal pezzo da 500-600 metri. Aprii il fuoco con granate EP contribuendo all’azione di contrasto della 11 Compagnia Folgore. Ritengo di aver colpito due o tre carri. Il combattimento durò circa tre quarti d’ora, dopo di che gli attaccanti si ritirarono lasciando sul terreno diversi mezzi distrutti.

La sera stessa, verso le 21:00, si scatenò l’attacco in grande stile: l’orizzonte di fronte a noi si incendiò letteralmente per effetto di un fuoco di artiglieria davvero eccezionale. Le granate ci arrivavano addosso senza interruzione facendo ribollire il terreno e, assieme alle granate, una grande quantità di candelotti fumogeni, alcuni proprio in piazzuola. Gridai ai paracadutisti di buttar sabbia sui candelotti. In poco tempo non si vide più un accidente, ma nonostante questo, la visibilità rimase praticamente nulla. Allora mettemmo mano ai razzi illuminanti e quando il tiro si allungò cominciammo a lanciarli.

Davanti a noi, il terreno si abbassava in un avvallamento irregolare, dall’altra parte, a una distanza di non molte decine di metri, c’era uno spiazzo pianeggiante dove, alla luce dei razzi, vidi chiaramente un via vai di automezzi, carichi di truppe. Le camionette arrivarono in colonne, si fermavano, scaricavano gli uomini e ripartivano. Appena scesi, i fanti si dirigevano verso destra dove c’era il campo minato che proteggeva da sud l’altro nostro pezzo. Non perdetti tempo: mi misi al pezzo e cominciai a puntare e a sparare usando granate ordinarie…

Da come si erano messe le cose non c’era da preoccuparsi per la precisione del tiro: gli obiettivi erano talmente numerosi e vicini che risultava più difficile sbagliare che fare centro. Potendo far fuoco a vista, quasi ad alzo zero, puntavo d’assalto con cura mirando di preferenza agli automezzi in arrivo, ancora carichi di soldati. Non tutti i colpi centravano i punti adatti – il serbatoio o qualche cassetta di esplosivo – ma quando questo accadeva, l’automezzo colpito s’incendiava facendo volare pezzi di roba di ogni genere.

Non mi sembrava vero! Mai e poi mai mi sarei aspettato di poter far fuoco su bersagli così grandi, così vulnerabili, tanto vicini da non poter fallire un sol colpo! Non potei però continuare per molto. Avevo appena incendiato il decimo automezzo quando mi accorsi che la postazione del nostro pezzo di destra pullulava di uomini con elmetto piatto e lunghe baionette, Inglesi. Dovevano aver aperto il varco nel campo minato e conquistato d’assalto l’altro 47.

Non c’era da esitare: orientai subito il pezzo nella nuova direzione e cominciai a sparare a tiro rapido, i serventi contribuivano con il fuoco dei loro mitra. Si era aperta una falla e dovevo fare tutto quello che potevo per evitare che si allargasse. I fanti avversari erano però troppo numerosi perché potessimo bloccarli: non potendo venirci addosso direttamente a causa del nostro fuoco si erano divisi e molti di essi, approssimativamente una compagnia, riuscirono a guadagnare terreno alle nostre spalle sfilando in direzione Nord-Sud.

Ad un certo momento ci trovammo completamente accerchiati, sia pure a distanza. Niente più rifornimenti, adesso. Le munizioni, soprattutto quelle del pezzo, stavano per finire.

Diventai furibondo. Preso dalla fredda esaltazione del combattimento, mi aggrappai con rabbia alla mia arma. Mi era caduto, non so come, l’elmetto, ma non mi curai di rimettermelo. Non avevo paura di nulla, mi sentivo invulnerabile.

Gli avversari infiltratisi alle nostre spalle si erano intanto acquattati a terra e avevano aperto su di noi un violento fuoco di mitraglia, sostenuti da alcuni bren-carriers che cominciarono a manovrare per venirci addosso. Girai un’altra volta il pezzo, ma dovetti lasciare le cose a metà, non c’erano più granate.

Allora, dopo aver reso inservibile il cannone, disposi che ciascuno si infilasse nella sua buca tenendo pronte comunque le bottiglie incendiarie e bombe a tempo contro i bren, sprovvisti di copertura superiore, anche le bombe a tempo servivano. Aspettammo e quando i carri furono a tiro saltammo fuori, ognuno per conto suo.

Non saprei dire con esattezza come si svolse questo combattimento, riuscimmo comunque ad incendiare tre carri dopo di che gli altri si allontanarono, scomparendo alla nostra vista. Ma i fanti inglesi erano sempre là e il loro continuo fuoco di mitraglia ci mise a mal partito. A uno a uno i miei valorosi serventi caddero, tranne Frigerio, un ragazzo della Provincia di Brescia che continuò a fare fuoco fino a che ci ritrovammo scarichi anche i mitra. «Andiamo sulla postazione di sinistra – gridai allora – ci saranno ancora armi là».

Ci avviammo di corsa “appaiati” con le pallottole che fischiavano da tutte le parti. Eravamo giunti sì e no a metà strada quando improvvisamente Frigerio stramazzò a terra. Mi chinai per soccorrerlo ma vidi subito che non c’era niente da fare: una palla gli aveva perforato la testa uccidendolo sul colpo. Lo lasciai e, sempre di corsa, riuscii a raggiungere il pezzo di sinistra senza subire neppure un graffio.

La postazione era ancora in mano nostra ma con un solo superstite, il paracadutista Francesco Crabolu, mio compaesano e compare, al quale ero affezionato come a un fratello. «Anche voi solo, compare – esclamai –. Avete ancora armi?». Scosse il capo, era rimasto senza munizioni pure lui. Diventai folle di rabbia. Erano ore che stavo ancora combattendo ma non avvertivo il minimo sintomo di stanchezza; caricato come una molla non cercavo e non volevo altro che continuare a lottare, a combattere. Ma combattere non si poteva. Non più. «Compare – gridai allora – buttiamoci sulle mine. Saltiamo per aria e non se ne parli più».

E scattai in direzione del campo minato. Prima che ci potessi arrivare, però, fui afferrato da dietro e spinto a terra. Sempre tenendomi stretto Crabolu cercò di farmi ragionare: che senso aveva morire così, diceva, non dovevamo pensare alle nostre madri, alle nostre famiglie?

Detta da lui, un ragazzo di fegato che conoscevo bene, quelle parole mi fecero riflettere. «È vero – pensai – la mia famiglia ha bisogno di me. Non ho il diritto di comportarmi come se fossi solo al mondo». Così rinunciai a saltare sulle mine.

Subito dopo sbucarono dal buio alcuni soldati inglesi che si avvicinarono con i fucili spianati. Quello che stava davanti mi puntò la baionetta allo stomaco dicendo qualcosa che non capii. Pensai che volesse dirmi di alzare le mani e allora mi infuriai di nuovo. Mi ero rassegnato, questo sì, ma non al punto di farmi catturare a mani alzate.

Parlando rapidamente in dialetto sardo dissi a Crabolu che volevo almeno togliermi la soddisfazione di dargli un cazzotto a quello là. «Ci uccideranno», obiettò lui. «Non importa».

Con una manata scostai la baionetta ma prima che potessi fare altro i soldati inglesi mi furono addosso e mi immobilizzarono. Avrebbero potuto spararmi, ne avrebbero avuto il diritto. Ma non lo fecero. Si limitarono a far segno a me e al compare di incamminarci, sempre sorvegliandoci strettamente.

Dopo un po’ passammo proprio in mezzo alla strage di automezzi fatta da me. Quando vidi lo sconquasso che avevo combinato rimasi sbalordito: camionette disfatte, armi, elmetti, stracci, pezzi di roba dappertutto. E moltissimi cadaveri, sicuramente più di un centinaio, ammucchiati in disordine da ogni parte. Stentavo a credere che tutta quella distruzione fosse opera mia.

Crabolu mi guardò: «Gliel’abbiamo fatta pagare cara, compare, tu ed io». E mi sentii meno giù di morale.

Pochi giorni dopo mi portarono al Cairo dove un tenente che parlava bene l’italiano mi interrogò a lungo. Voleva conoscere il nostro modo di fare i capisaldi; voleva soprattutto sapere perché noi della Folgore, pur essendo così pochi, riuscivamo a dare tanto filo da torcere. Siccome ero sardo mi domandò come era organizzata la difesa della Sardegna.

Naturalmente non gli dissi altro che nome, cognome e numero di matricola. Ma, chissà perché, mi avevano preso di mira e tentarono di farmi parlare ricorrendo a ogni trucco: non esitarono a lasciarmi a digiuno e a portarmi perfino, per ben due volte, davanti a un plotone di esecuzione. Finalmente capirono che stavano perdendo tempo e da quel momento non mi cercarono più”.

Nel campo di concentramento 305 Zuanne Ruiu e Francesco Crabolu incontreranno gli anelesi Natalino Onida e Antonio Mameli, Paolo Curreli di Sassari, Giovanni Frau di Aritzo ed un certo Rainone, di origine campana.

Dopo un’accurata preparazione ed attenta osservazione dei comportamenti delle guardie inglesi, questo gruppo, divisosi strategicamente in tre coppie (Ruiu con Mameli, Onida con Frau, Curreli con Rainone), elaborò un dettagliato piano di fuga che li portò rocambolescamente ad una felice evasione il 20 giugno 1946.

Solo Giovanni Curreli, attardatosi un po’ rispetto agli altri, cadde sotto il fuoco di un soldato inglese che con un cane da guardia lo sorprese durante il suo tentativo di fuga, come risulta dalle testimonianze del suo compagno Rainone, che fu catturato.

Dopo alcune difficoltà, superate caparbiamente, il nostro gruppo di soldati raggiunse l’Italia e la Sardegna per riabbracciare finalmente e con tanta emozione le proprie famiglie.

Zuanne Ruiu, riacquistata la meritata libertà, si dedicò al lavoro in alcuni uffici postali della Sardegna ed a Luino e Varese, in qualità di Direttore, ed all’adorata famiglia a seguito del suo matrimonio con la signora Maria Mudadu, di Uri, da cui ebbe cinque figli: Nicolava, Costantino, Maria Giovanna, Angela Rita e Ginetta, tutti residenti in Lombardia.

Zuanne Ruiu morì a Varese il 18 febbraio 1977 a causa di un infarto durante il servizio nel suo ufficio.

Tonino Dettori

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