• 13 Giugno 2021
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L’epidemia del colera del 1855

L’epidemia del colera del 1855 a Ozieri.


Centosessantacinque anni fa la Sardegna dovette fronteggiare la diffusione del cholera morbus – chiamato anche morbo asiatico –, una malattia causata da un batterio che infetta l’intestino tenue ed è trasmissibile per contatto orale, dalle feci o da alimenti contaminati. Nei casi più gravi può causare forte disidratazione e alcune volte portare alla morte.

Secondo le cronache del tempo a portare il morbo nell’Isola furono tre imbarcazioni provenienti da Livorno che fecero scalo a Porto Torres. Dalla città turritana la malattia si diffuse immediatamente a Sassari per poi dilagare in tutto gli altri paesi dell’interno. Il primo centro a denunciare il colera fu quello di Torralba, dove in poco tempo provocò la morte di decine di persone.

In quell’infausto anno anche Ozieri e la sua provincia furono colpite duramente dal terribile flagello. In città, su una popolazione di circa 8000 abitanti, si contarono ufficialmente 570 morti e oltre mille contagiati.
In s’annu ’e su colera, così veniva ricordato da tutti quel drammatico 1855, a guidare il capoluogo c’era il sindaco dott. Giovanni Andrea Pietri. In qualità di medico distrettuale, venuto a sapere dei primi casi, partì per Torralba col triplice obiettivo di soccorrere gli ammalati, studiare la patologia e per comprendere come predisporre i più opportuni rimedi per arginare un’eventuale diffusione del morbo in città.

Per tale lo scopo fu costituita una commissione composta, oltre che dal sindaco di Ozieri, dal chirurgo Giuseppe Mundula e dal medico Pasqualino Piga di Pattada. Nella relazione, relativa al giorno 25 luglio, Pietri annotò: «La malattia nella vicinissima popolazione di Torralba è il vero morbo asiatico. Che avuto riguardo alla ristrettezza di quella popolazione, è ben ragguardevole la strage che vi sta facendo, giacché in soli quattro giorni si contano 50 casi susseguiti da 25 decessi».

Alla luce di questi dati il sindaco iniziò a organizzare le prime misure anti contagio in città. Ma qualcosa non andò per il verso sperato. E proprio il 4 agosto, in piena estate, si materializzarono tutti i timori dopo la constatazione della morte da colera di un contadino arrivato da Sassari.

«Da quel giorno – si legge nella relazione – principiò l’assalto a questa città degli emigrati sassaresi, alcuni dei quali decedevano dopo 24 ore dall’arrivo e altri anche prima. Il morbo o importato o non, o contagioso o conoscente le cause di suo sviluppo nella sola infezione dell’ambiente atmosferico, esisteva già, e sebbene serpeggi lentamente e quasi di soppiatto non tardò a diffondersi fra questi cittadini».

Da questi fatti, tenuti nascosto dalle autorità mediche, parti la via crucis dei contagi in città. Un gruppo di persone allora, capeggiata dal cavalier don Pietro Laudu, manifestò in modo energico nella piazza Cantareddu, tanto che la forza pubblica dovette cordonare la città. La paura e l’angoscia infatti accesero gli animi di molte persone che iniziarono la “caccia” ai sassaresi, rei di aver diffuso il morbo tra la gente. Per fortuna fu un fatto isolato tanto che il sindaco su questo scrisse: «Nei primi giorni dell’invasione, la popolazione si mostrò alquanto agitata, ma non tardò a ricomporsi a perfetta tranquillità».

Tra le delibere comunali varate in quei giorni destano interesse alcune ordinanze e restrizioni, come quelle di lasciar aperti in città due negozi di spezie e un caffè, di sezionare un cadavere ogni settimana, proibire il salasso nelle prime fasi della malattia e di praticarlo successivamente solo su autorizzazione del medico. Non era consentito poi esporre i cadaveri in piazza San Sebastiano e furono ordinate vaste sanificazioni pubbliche e l’imbiancamento delle abitazioni degli ammalati.

Il contagio, secondo gli studi condotti dai medici del tempo: «Attacca la bassa gente (i poveri, ndr), che come mancante di mezzi si nutre di cibi malsani» e favorito da alcune loro attività: «uno dei principali fomiti dello sviluppo del morbo si ripete dall’uso che i campagnoli fanno delle acque corrotte dalle cavallette».

Sulla base di queste convinzioni fu proibita la macellazione di capi di bestiame in campagna e la pesca di anguille, trote e altri pesci di fiume. Fu severamente vietato inoltre mangiare ortaggi, in particolare cetrioli, cocomeri e meloni, alimenti additati come cause di avanzamento del colera.
Tra le iniziative sanitarie, ragguardevole fu l’organizzazione di tre ospedali provvisori: uno nel convento dei Minori Osservanti (San Francesco); uno nel convento dei Cappuccini; il terzo, riservato ai militari, nel Seminario in piazza Cantareddu.

L’epidemia, così come era arrivata, sparì a fine agosto lasciando per strada non solo una scia di dolore a causa dei numerosi lutti, ma anche devastanti ripercussioni sociali ed economiche: dall’aumento della povertà, ai debiti comunali accumulati per arginare la malattia e l’assistenza alla popolazione. Una pagina di storia tra le più tragiche che Ozieri ricordi e che ora, con l’attuale emergenza Coronavirus, ritorna alla memoria per ribadire tutta la fragilità dell’uomo in questo mondo.

Antonello Sabattino

Nella foto: La struttura urbana di Ozieri nel 1855