• 16 Maggio 2021
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Ma tu di che dad sei? L’esperienza di una Prof delle scuole medie

Pubblichiamo la testimonianza della prof Piera Anna Mutzu, attraverso la quale la docente racconta la sua esperienza di insegnamento con la dad (la didattica a distanza) nella scuola secondaria di primo grado “Armando Diaz” di Olbia.

Ma tu di che dad sei?


– Buongiorno ragazzi come state?
– Bene e lei?
– Bene, abbastanza bene, grazie.

Fingono, lo so. Fingono spudoratamente. Hanno imparato a rispondere bene per automatismo. Sembra brutto dire e riferire come si sta realmente. O forse perché si pensa che agli altri non interessi veramente.
Ma basta poco, molto poco per capire in realtà che non stanno poi così bene. Basta dire “In realtà sono un po’ stanca” per attivare risposte immediate.

– Anche io sono stanco, la mattina seguo in dad ma il pomeriggio non riesco a concentrarmi. Alunno 1.
– Sono sempre dentro casa, basta non ne posso più! Alunno 2.
– Ha sentito quanti casi di contagio? Alunno 3.

Sono stremati e si vede. All’inizio della dad tutti spavaldi a fissare la telecamera, i ragazzi incorniciati da un ciuffo tanto perfetto che manco il cemento armato sarebbe stato in grado di renderlo così rigido e le ragazze sempre a lisciarsi i capelli e con un maglioncino forse sopra l’ombelico che in classe non si sarebbero potute permettere ma tanto in dad non si vede.

La lezione ha inizio, il rodaggio è apparentemente lento ma serrato: appello, giustificazioni, non ti vedo, ti sento poco, ah ecco ora ci sei anche tu perché non me lo hai detto che ti devo togliere l’assenza. Insomma routine mattutina.

Ne vedo un po’ sullo schermo e qualcuno in carne ed ossa. Che bello. Zaini sul banco e banchi occupati. Respiri umani e sorrisi che nonostante tutto si intravedono. In realtà non sono loro ad avere bisogno di me ma sono io che ho bisogno di loro.

Prima di iniziare la spiegazione Alunno 1 vede ripresa nel monitor la sua stanza, per essere precisi il suo letto. Si alza velocemente e srotola il piumone sino al cuscino. In effetti non era carino che si vedesse il giaciglio, che dev’essere stato ancora tiepido perché la sua voce era ancora roca e il viso bianco latte.

Le slide si susseguono. Mamma mia quante slide si producono, un’infinità. Certo, non si può parlare e basta. Questi poveri cristiani dovranno pur vedere qualcosa mentre si spiega. C’è anche il libro digitale ma le slide, non so perché attirano di più, o almeno di questo mi sono convinta. Fossi loro, lo ammetto, avrei perso il filo già da un pezzo che manco quello di Arianna mi sarebbe bastato per mantenermi salda sulla spiegazione. E infatti sono eroi. E su questo non c’è dubbio.

I primi quarantacinque minuti volano e Alunno 2 si insinua cauto ma sicuro di sé a ricordarmi che la norma prevede un quarto d’ora di pausa tra una lezione e l’altra. Gliel’ho raccomandato io nel caso mi dimenticassi, rapita in mezzo a qualche rivoluzione oppure sperduta in qualche continente lontano. E lui come il citofono quando suona mentre dormi, mi riporta alla realtà obbedendo ciecamente alle mie indicazioni. Ebbene pausa. Riposiamo gli occhi che ne hanno bisogno. Alla fine di questa ennesima dad avremo perso qualche diottria, anzi io l’ho già persa e forse non solo una.

Per ritornare al discorso slide oggi più che mai si potrebbero organizzare tornei. Non vincerò sicuramente ma forse potrei arrivare almeno tra i primi 10-15 primi posti della classifica. Mi mantengo larga perché sono certa che c’è chi fa meglio di me e il margine di miglioramento mi aiuta a dare sempre il massimo. Un aspetto positivo è che, salvo impicci tecnici (Dio ne scampi), alla fine della fiera avrò prodotto tanto di quel materiale che lo utilizzerò e riciclerò finché andrò a scuola senza stampella e con i miei denti, quindi ancora per un tempo abbastanza ragionevole.

Riprendiamo la lezione; è l’ora successiva.

Riattivo la telecamera e l’audio perché sono rimasta lì, nel caso (mai verificatosi) che qualcuno avesse necessità di chiedermi qualcosa di una qualunque cosa. Oserei dire che se ne vanno anzi scappano virtualmente come se fossero gazzelle nella savana alla vista del predatore. Hanno ragione, si faranno un giretto attorno al letto oppure andranno in bagno o semplicemente si dedicheranno a chiacchierare al telefono con qualche compagno. O ancora faranno delle coccole al loro Fuffi di turno.

– Ci siete?

Iniziano a comparire i volti, entrano in sequenza salutando come se non ci vedessimo da diversi giorni. Giusto. Quando si entra si saluta e i miei alunni sono educati.

La mattina procede a ritmi sempre più lenti finché anche l’ultima ora termina.

Ma non si conclude la giornata di lavoro né per me né per loro. In comune abbiamo la difficoltà a rimanere concentrati per un tempo ragionevole perché a furia di rimanere connessi e di avere stimoli visivi a notevole impatto (e in più la stanchezza e il morale a terra) le energie vanno inesorabilmente a diminuire. Io verifiche da correggere e da predisporre, attività da organizzare per diversi livelli di apprendimento e slide, naturalmente mai manchino. Per non parlare di riunioni, formali e informali, a distanza oppure al telefono e tra un po’ anche al citofono. Loro studio e compiti.

Dai, forza che poi si esce! Ah si esce? Macché, ancora a casa. I più fortunati in giardino a respirare aria pulita. La brezza del mattino e l’aria frizzante della sera hanno ora un sapore come mai l’ho sentito. La primavera che tarda ad arrivare sembra aver capito che sarebbe una grossa scortesia presentarsi rispettando i tempi, per almeno questa volta verrà perdonata. Anzi, visto che non si può uscire, gliene sarò grata.

Il giorno successivo riprenderà la solita trafila e inizierò a correggere i compiti perché è la prima cosa che si fa.

– Li avete fatti i compiti?
– Quali? Non li ho segnati.
– Non ho visto l’agenda.
– Non lo sapevo.
– Mia sorella mi ha strappato la pagina.

Non vi giustifico. Mi arrabbio, un po’. Ma vi capisco. Perché so che voi capirete me.

Pier Anna Mutzu