• 22 Febbraio 2026
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41 bis, Murru (Uil): «La Sardegna non è terra di sacrificio»

Carcere Bancali 2
La segretaria generale interviene con una nota sul progetto del Governo di concentrare ulteriormente la presenza nell’isola di detenuti sottoposti al regime speciale.

CAGLIARI | 22 febbraio 2026. Il 28 febbraio ci sarà anche la Uil Sardegna a Cagliari – ore 11 piazza Palazzo – alla manifestazione promossa dalla presidente della Regione Alessandra Todde contro il piano del Governo di concentrare nell’isola 1/3 di tutti i detenuti sottoposti al regime del 41 bis di tutta l’Italia.

«La sicurezza è un valore costituzionale. È un pilastro dello Stato di diritto. Ma proprio per questo non può essere affrontata con decisioni sbilanciate o calate dall’alto, senza una valutazione seria dell’impatto sui territori. La Sardegna non può diventare la risposta automatica alle criticità del sistema penitenziario nazionale», afferma segretaria generale, Fulvia Murru.

Fulvia Murru
Fulvia Murru

«Al 31 dicembre 2025 – spiega – negli istituti dell’isola risultano presenti circa 2.608 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare che si attesta poco sopra i 2.500 posti effettivi. Il tasso di affollamento supera il 100%, con situazioni di particolare pressione negli istituti di Carcere di Uta – Ettore Scalas e di Carcere di Bancali. Nell’isola si concentra inoltre una quota molto rilevante di detenuti in alta sicurezza: oltre 600 persone, tra cui numerosi ristretti sottoposti al regime previsto dall’Articolo 41-bis. Solo a Sassari-Bancali sono presenti decine di detenuti al 41-bis, una delle concentrazioni più elevate del Paese in rapporto alla popolazione regionale. Anche il carcere di Badu ‘e Carros continua a svolgere un ruolo centrale nel circuito dell’alta sicurezza, in un territorio interno già segnato da fragilità demografiche ed economiche».

Concentrazione 41bis Sardegna
(unspecified)

Oltre il 50% dei detenuti presenti non è originario della Sardegna e circa il 30% è di nazionalità straniera, ricorda la Segretaria generale della Uil Sardegna. «È un dato oggettivo: l’isola svolge già una funzione nazionale nel sistema carcerario italiano. Una funzione che non abbiamo mai messo in discussione, ma che non può trasformarsi in una sproporzione permanente. Non si tratta di contestare la legalità o il contrasto alla criminalità organizzata. Si tratta di equilibrio istituzionale. Perché la sicurezza non è solo il regime detentivo. È il lavoro quotidiano della polizia penitenziaria, in una regione dove le carenze di organico sono una realtà concreta. È la sanità penitenziaria che opera dentro un sistema sanitario regionale già sotto pressione. Le cure e l’assistenza sanitaria nelle carceri – prosegue Murru – vengono garantite attraverso il sistema sanitario regionale. Questo significa che visite specialistiche, salute mentale, ricoveri ospedalieri, personale medico e infermieristico dedicato e trasferimenti protetti con protocolli di sicurezza rafforzati incidono direttamente sull’organizzazione e sulle risorse della sanità sarda. L’alta sicurezza comporta inevitabilmente costi sanitari più elevati e una gestione più complessa. In una Regione che già affronta carenze di organico, liste d’attesa e criticità strutturali legate anche all’insularità, ogni ulteriore concentrazione di detenuti sottoposti a regimi speciali produce un impatto concreto sul bilancio regionale».

Il 28 febbraio si terrà una manifestazione di popolo contro l’ulteriore concentrazione del 41-bis in Sardegna. «Non sarà una protesta contro lo Stato», sottolinea Murru, ma «una richiesta di rispetto. Una mobilitazione civile che nasce dalle comunità, dalle istituzioni locali e dal mondo del lavoro, per chiedere che le decisioni nazionali non ricadano in modo sproporzionato sempre sugli stessi territori».

«Se lo Stato ritiene strategico appesantire ulteriormente la presenza dell’alta sicurezza nell’isola – aggiunge Murru –, deve farlo con scelte coerenti e investimenti adeguati», con il «rafforzamento straordinario degli organici della Polizia penitenziaria e del personale civile; risorse aggiuntive dedicate alla sanità penitenziaria; finanziamenti per la sicurezza territoriale; investimenti infrastrutturali proporzionati alla complessità gestionale».

«Per queste ragioni – conclude la Segretaria – riteniamo che la scelta di concentrare ulteriormente il regime di alta sicurezza e il 41-bis in Sardegna debba essere ripensata. Non per sottrarci alle responsabilità nazionali, ma per riaffermare un principio di equilibrio e di leale collaborazione tra Stato e Regione. Decisioni di questa portata non possono essere assunte senza un confronto vero con i territori e senza una valutazione seria dell’impatto economico, sociale e organizzativo».

Locandina contro 41 Bis

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