• 22 Maggio 2022
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Antichi mestieri: il calzolaio

Calzolaio
Antichi mestieri: il calzolaio

Capita spesso che profumi dolci o pungenti facciano ricordare persone care, luoghi e avvenimenti lontani. Avevo bisogno di sistemare la suola delle scarpe di mia figlia così faccio mente locale e mi ricordo che non lontano dalla scuola in una traversa di via Vittorio Veneto a Olbia c’è un calzolaio. Perfetto. Penso che forse riuscirei a farci un salto prima di andare al lavoro. Il tempo è sotto controllo, i minuti contati e la frenesia della giornata rispecchia quella che sempre di più scandisce il ritmo settimanale.

Entro nel negozio indossando la mascherina ma nonostante il suo utilizzo un profumo inconfondibile di pelle e di cuoio pervade le mie narici. Mi sono fermata e ho respirato a pieni polmoni perché quel profumo è stato come una carezza. E un sentimento di nostalgia ha iniziato a cullare i miei pensieri. Lo sentivo da piccola quando entravo nella bottega di mio nonno, a Monti. Si chiamava Tommaso e faceva il calzolaio. Non c’è bisogno di chiudere gli occhi per rivivere e rivedere i suoi movimenti talvolta lenti altre volte veloci ma sempre precisi e decisi.

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Lui, uomo minuto e arzillo, sedeva davanti al deschetto con indosso un grembiule scuro. Nel piccolo tavolo da lavoro in legno sistemava i chiodi di varie misure (sas sementzas) posizionate all’interno di minute vaschette ricavate lungo il bordo di tre lati del piano di lavoro. Nella parte interna, invece, i numerosi attrezzi si sovrapponevano in modo un poco confuso. In basso a destra, nell’angolo, rompeva le linee geometriche un piccolo sacchetto di pelle dove l’olio sego (s’ozu seu) serviva per intingere la lesina quando necessario; anteriormente era presente un piccolo cassetto che Tomeu apriva tirando verso di sé una stretta lingua di cuoio utilizzata anche per ripulire e affilare il trincetto (su trinchette).

Per costruire la scarpa utilizzava forme di piede in legno (sas frommas) facendovi aderire il cuoio della suola con la tomaia (sa tomaia). La cucitura delle parti la otteneva con l’utilizzo della lesina (sa sula), utensile sottile e ricurvo all’estremità. Il filo di spago, di diverso spessore, lo otteneva dalla canapa e lo preparava nei momenti di riposo: dopo aver preso il capo dalla matassa stendeva il filo utilizzando come misura l’apertura delle sue braccia, ripetendo il gesto più volte per ottenerne altri della stessa lunghezza. A questo punto ogni capo del filo veniva alleggerito di alcuni filamenti e assottigliato in modo graduale per poter inserire la setola con più facilità.

Il lavoro poi proseguiva seguendo la procedura consolidata nel tempo: prendeva il capo di due o più fili di spago a seconda delle parti da cucire e li stringeva nella mano sinistra che lasciava sollevata oltre l’altezza del busto; allo stesso tempo, tenendo stretto nel palmo della mano destra un pezzo di pece non troppo raffermo, lo faceva scorrere velocemente e ripetutamente sugli stessi fino ad ottenerne uno unico, compatto e resistente. Alla fine sdoppiava la parte terminale della setola del maiale e vi inseriva il capo del filo di spago già pronto concludendo il gesto con un abile movimento delle dita che consentiva allo spago di attorcigliarsi e di diventare tutt’uno con la setola. I buchi per far passare il filo li faceva con la lesina.

Le giornate di lavoro venivano scandite da movimenti veloci accompagnati da un leggero fischiettio. Leggero, composto e costante quasi a segnare un tempo da consegnare all’eternità.

In una mattina di pioggia battente l’odore del cuoio e della pelle ha improvvisamente accarezzato quei ricordi che come una molla hanno riportato la mente alla mia infanzia e poi alla sua vecchiaia. Mi lascio alle spalle la porta della bottega, mi siedo in macchina e faccio un altro respiro profondo. Il ritmo della giornata ha improvvisamente rallentato e quella frenesia che talvolta ti stringe la gola sembrava essersi dissolta.

L’orologio mi ricorda che a breve sarebbe suonata la campanella e i ritardi non sono contemplati nella mia tabella di marcia. Ma quel tempo tiranno mi aveva concesso una pausa. Vedo mio nonno, occhi verdi e sorriso buono mentre riprende a cucire e le sue mani callose quando scelgono i chiodi, poi le sue braccia che si aprono per preparare i lacci. E il soave fischiettio ha ricominciato a risuonare nell’aria come un richiamo d’amore. Come sempre sarà, anche grazie a chi quegli antichi lavori artigianali ancora li tiene vivi e li fa rivivere anche nel ricordo.

 Piera Anna Mutzu

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Antonio Delogu 2