Monti, grande partecipazione alla serata dedicata alle maschere e ai riti del Carnevale in Sardegna

Alla Casa del Miele l’evento promosso dall’associazione Erèntzia: protagonisti l’artigiano Daniele Mameli e il docente Sebastiano Mannia.
MONTI | 11 marzo 2026. La sala gremita della Casa del Miele ha avuto sabato un significato univoco: l’argomento era di grande interesse e la curiosità tanta. L’evento “Maschere e riti del Carnevale in Sardegna” organizzato a Monti dall’Associazione culturale Erèntzia con il patrocinio del Comune e della Cantina del Vermentino, ha attirato un folto e attento pubblico.
Ad iniziare la serata una rappresentante dell’Associazione che dopo i ringraziamenti a tutti coloro che hanno collaborato per mettere in piedi l’evento, ha dato la parola al sindaco Emanulele Mutzu. Il primo cittadino dopo aver rivolto i complimenti all’Associazione culturale per l’impegno profuso nell’organizzazione di incontri di varia natura che valorizzano non solo le tradizioni del territorio ma anche quelle isolane, esprime la personale curiosità verso l’argomento trattato.

La serata prende così avvio con la proiezione di un video per risaltare il lavoro preciso e accurato del mamoiadino Daniele Mameli, artigiano e scultore del legno. La moderatrice della serata la dott.ssa Francesca Meloni dà così seguito alle domande e l’artista inizia subito col dire che la sua passione per le maschere nasce da bambino poiché essendo figlio d’arte, è cresciuto nel laboratorio dove trascorreva il tempo a costruire piccoli giocattoli in legno. Gli scalpelli diventano piano piano i suoi strumenti di lavoro tanto che alle elementari, con grande stupore del padre, riesce a costruire una piccola maschera da regalare al maestro. Il forte desiderio di continuare la tradizione lo ha spinto a proseguire nel tempo mantenendo intatti strumenti e procedure, nonostante la modernità che mette a disposizione soluzioni più veloci ma meno autentiche. Questo perché la maschera non è solo legno che prende forma ma è senso di appartenenza, richiamo al passato e a tradizioni millenarie che Daniele sente in dovere di lasciare in eredità ai propri figli così come lui, da figlio, le ha ereditate dal padre. Successivamente entra nel dettaglio della lavorazione specificando quelle che sono le varie fasi: scultura del tronco, stagionatura (non meno di due mesi), verniciatura e levigatura. Il legno che utilizza per le maschere è quello di ontano (legno leggero e facile da reperire) e quello del pero selvatico, usato anticamente, la cui pianta per avere un tronco adatto per costruirne una, deve avere almeno 50 anni. Il tempo di realizzazione è di circa due giorni lavorativi, tre se la maschera viene realizzata con il legno del pero selvatico. Precisa che i tratti esterni si basano su un calco della prima maschera ritrovata a metà dell’800 a Mamoiada su cui si inseriscono solo piccole modifiche come può essere ad esempio l’aggiunta del pizzetto. Inoltre Daniele specifica che gli accorgimenti moderni rispondono ad esigenze di indossabilità e che le fasi più delicate sono le ultime poiché quando la maschera si svuota diventa inevitabilmente più fragile.
Si tratta certamente di un lavoro di precisione che si tramanda nel tempo con una rigidità e una formalità che si trasformano di volta in volta in ispirazione creativa. Il pubblico ha apprezzato molto l’intervento dell’artigiano perché dalle sue parole trapelava sempre un profondo senso di appartenenza e un principio di responsabilità che la tradizione è un bene prezioso da tramandare, tanto prezioso da essere considerato sacro.
La serata continua con Sebastiano Mannia, professore associato di discipline demoetnoantropologiche presso l’Università di Palermo. A seguito della prima domanda da parte della moderatrice Meloni, il docente ancor prima di rispondere ci tiene a sottolineare il fatto che il numeroso pubblico presente in sala è sicuramente lo specchio di una comunità che seppure piccola, è viva. Prosegue poi addentrandosi nell’argomento della serata specificando che il Carnevale sardo non è diverso da tutti quelli dell’area euromediterranea e dunquenon è diverso da quello piemontese, calabrese, siciliano, greco, serbo o croato. Questo perché tutti, storicamente e tradizionalmente, fino agli anni ’50 si sono basati su un ciclo produttivo che era analogo, pertanto le espressioni dei calendari dell’area euromediterranea sono le medesime. Il S. Antonio Abate di Lodè, di Torpè e di Lula non è diverso dal S. Antonio Abate della Sicilia; cambiano i tratti morfologici delle feste ma i sensi e le funzioni sono gli stessi e dunque il significato rimane intatto. S. Antonio Abate solo nelle sue apparenze è un santo cristiano poiché il simbolismo legato alla figura del santo è precristiano: la campanella, il fuoco, il maialetto che è l’animale infero per eccellenza.
Mannia prosegue affermando che i Carnevali figli di calendari cerimoniali che si basano su una richiesta a potenze trascendenti, cioè che devono garantire delle buone annate, erano momenti di festa e di coesione. Inoltre fa notare all’attento pubblico che non è casuale che il Carnevale cada nel periodo autunno/inverno. I fenomeni carnevaleschi nell’area euromediterranea prendono avvio a fine ottobre, novembre e dicembre e questa lunga cornice temporale ha un significato preciso, poiché in questo arco di tempo si svolgevano le fasi iniziali dei cicli cerealicoli e di cicli pastorali e le popolazioni, per avere una buona annata sia dal punto di vista cerealicolo sia dal punto di vista pastorale, la dovevano impetrare rivolgendosi ad entità altre, che non erano Dio, la Madonna o i santi. Il docente rimarca che il simbolismo originario del Carnevale rimanda alla relazione inscindibile tra i cicli produttivi e le pratiche rituali e che il mascheramento rimanda all’epoca pre-cristiana: il suono dei campanacci e il passo pesante sul suolo rievocano un legame profondo con le forze della terra.
Professor Mannia parla dell’attenzione che, in tempi recenti, c’è in Sardegna sul Carnevale e che va di pari passo con una narrazione sui Carnevali sardi che è molto sardocentrica e talvolta non scientificamente documentata. Il docente ricorda che, a parte mamuthones e issohadores di Mamoiada e boes e merdules di Ottana, tutte le altre maschere che vediamo durante il periodo carnevalesco nell’isola sono state oggetto di recupero e talvolta anche di reinvenzione. Per quanto riguarda il primo caso, Mannia ha fatto riferimento ad Orotelli, dove nel 1979 ricompaiono sos thurpos, i ciechi, grazie all’interesse e all’impegno di una maestra orotellese che insieme al gruppo di ricerca folklorica Salvatore Cambosu si sono avvalsi della consulenza tecnico-scientifica di Raffaello Marchi. Orotelli è il primo paese in Sardegna che ha recuperato in modo scientifico la maschera grazie alle interviste agli anziani e alle note del canonico locale Salvatore Merche.
Si passa poi all’analisi del Carnevale di Ovodda che ancora oggi presenta tutti i tratti originari come l’irrisione del potere politico o religioso che avviene in maniera più o meno velata, la messa a morte del Carnevale e quindi il falò che rimanda all’idea della morte/rinascita, il rovesciamento dei sessi e l’orgia alimentare e sessuale.
Durante il suo intervento Mannia ha posto l’accento su Mamoiada, che dopo aver vissuto anni drammatici a causa di faide che dilaniavano il paese, grazie all’azione dell’Amministrazione comunale congiuntamente a quella di cittadini impegnati e lungimiranti ha cambiato radicalmente la sua sorte, diventando un importante centro proprio grazie alla cultura. La maschera di Mamoiada, che ha mantenuto i tratti originali, e Mamoiada, sono oggi conosciuti in tutto il mondo.
Ritengo che questa constatazione sia stata di forte impatto emotivo poiché ha posto l’accento su un aspetto fondamentale, soprattutto quando si parla di piccole comunità: la cultura può e deve essere il motore di crescita e di rinascita. Partire dalla cultura significa attribuire valore alle risorse del proprio territorio per offrire ai giovani possibilità, quelle stesse possibilità che donano risposte concrete. I giovani che hanno l’opportunità di rimanere nel proprio paese consolidano radici che permettono all’individuo di sentirsi comunità e il senso di appartenenza si trasforma esso stesso in tutela e desiderio di sviluppo.
Se è vero come è vero che il contesto storico, socio-economico e culturale che fa da cornice ai riti che vengono tramandati è radicalmente modificato, è vero anche che quel legame con il passato, mantenuto o ritrovato, garantisce alle nuove generazioni di non perdere l’identità, non solo comunitaria ma anche individuale. Questo soprattutto in un mondo globalizzato dove ritrovare il senso profondo dell’esistenza non è per nulla facile. Chi sa da dove arriva, sa dove andare e credo che l’essenza di ciascuna tradizione che continua nel tempo sia proprio questa, ancora meglio se condivisa.
A conclusione dell’incontro il consueto momento conviviale con l’augurio di ritrovarsi sempre numerosi ai diversi eventi che l’Associazione Erèntzia ha in programma nei prossimi mesi una volta concluso l’allestimento del Museo etnografico “L. Pirisino-Casa Franco”.
Piera Anna Mutzu
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