• 7 Ottobre 2022
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Caro energia, indagine Cna Sardegna: a rischio chiusura il 13,6% delle imprese, il 21,2% costrette a ridurre l’attività

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Il prezzo dell’energia elettrica per un consumatore domestico tipo è passato da 16,6 euro per KWh del terzo trimestre 2020 a 41,5 nel terzo 2022: + 150%.

La diffusione massiccia di fonti energetiche rinnovabili, grazie anche alla diffusione delle comunità energetiche, potrebbe incidere positivamente sulle piccole comunità locali della Sardegna limitando l’impennata dei costi dell’energia che sta incidendo particolarmente su imprese e famiglie. Il prezzo dell’energia elettrica per un consumatore domestico tipo è infatti passato da 16,6 euro per KWh del terzo trimestre 2020 a 41,5 terzo 2022: un aumento di circa il 150%. È quanto si evince da un recente dossier del Centro Studi della Cna Sardegna che analizza l’andamento di consumi energetici e l’andamento della produzione nell’isola negli ultimi anni.

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L’analisi dei dati degli ultimi 20 anni fa capire come la produzione di energia da fonti rinnovabili abbia acquisito una progressiva importanza nella nostra regione passando dal 3% della produzione complessiva nel 2000 al 25% nel 2020. Un’ottima opportunità per aumentare ulteriormente questa percentuale può essere rappresentata oggi dalle “comunità energetiche rinnovabili” previste dalla Direttiva Europea RED II (2018/2001/UE) e introdotte in Italia dal Decreto Milleproroghe 162/2019: si tratta di associazioni tra cittadini, attività commerciali, pubbliche amministrazioni locali o piccole e medie imprese che decidono di unire le proprie forze per dotarsi di uno o più impianti condivisi per la produzione e l’autoconsumo di energia da fonti rinnovabili.

«Il vantaggio dello sviluppo delle FER riguarda i tempi rapidi per rispondere alla crisi energetica – commentano Luigi Tomasi e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionale della Cna Sardegna –: se la realizzazione dei progetti di infrastrutturazione connessi alla metanizzazione dell’Isola prevede tempi decennali, la diffusione di impianti FER si realizza in tempi minori grazie al coinvolgimento di una platea molto più ampia di soggetti (privati cittadini, imprese, amministrazioni pubbliche). Inoltre, grazie al principio dell’autoconsumo i benefici sarebbero immediati per i portafogli dei consumatori, ovvero famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche coinvolti in progetti di comunità energetiche. Lo sviluppo delle comunità energetiche, inoltre, avvierebbe progetti di sviluppo economico di cui beneficerebbero le imprese locali, installatori, imprese di costruzioni, artigiani e professionisti».

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L’impatto del caro energia è devastante negli effetti che produce sul tessuto produttivo. «Se a fine 2021 proseguono Tomasi e Porcu – una ricognizione effettuata dal centro studi della nostra Confederazione sulle imprese associate aveva rilevato che le piccole aziende a rischio chiusura a causa del caro energia erano il 6,8%, mentre il 10,6% dichiarava che avrebbe dovuto deve ridurre l’attività, oggi con la sostanziale duplicazione dell’impatto energetico sui costi aziendali si stima che il 13,6% non è più in grado di proseguire l’attività e il 21,2 è costretta a ridurre l’attività e conseguentemente anche l’occupazione».

«La produzione fotovoltaica – proseguono i vertici CNA – potrebbe crescere molto e in tempi rapidi senza consumare suolo se solo si valorizzassero le superfici oggi disponibili di gran parte dei “capannoni” industriali e artigianali che potrebbero essere destinati all’autoproduzione e all’autoconsumo all’interno delle aziende incentivate da un credito di imposta che CNA propone nella misura del 50% delle spese sostenute per l’installazione di impianti di auto-produzione da FER fino a 200 kW; puntare su una sempre maggiore diffusione della produzione di energia da fonti rinnovabili e applicare queste tecnologie al supporto di politiche di sviluppo di comunità urbane sostenibili, promuovendo l’autoproduzione e l’autoconsumo delle attività produttive consentirebbe di tutelare l’ambiente, risparmiare sui costi dell’energia, creare partnership tra i diversi stakeholders del territorio riducendo la dipendenza energetica e i costi non più sostenibili per imprese e famiglie».

Produzione e consumo di energia in Sardegna

Il tema della produzione e del consumo di energia è un tema particolarmente strategico per la Sardegna. La condizione di insularità ha infatti reso più difficoltoso rispetto al resto d’Italia lo sviluppo delle infrastrutture energetiche. Come è noto, ad esempio, il processo di metanizzazione non è avvenuto, per la difficoltà di costruzione di una rete per il trasporto del gas naturale, e i prezzi di approvvigionamento dei combustibili sono sempre più alti rispetto al continente. L’energia elettrica viene perlopiù prodotta (oltre il 75%) da centrali termoelettriche che funzionano a carbone o a gas (gnl), con elevati livelli di emissioni (ormai da anni è stato avviato il processo di dismissione imposto dalle normative europee), insostenibili dal punto di vista economico in un momento di crisi energetica connessa proprio all’approvvigionamento di gas. L’Isola però dispone, più di altri territori, di vento e sole che potrebbero essere maggiormente utilizzati per produrre energia a basso costo e, soprattutto, per rispondere alle esigenze di comunità locali piccole e piccolissime.I consumi. Sulla base dei dati ripotati nel Piano Energetico Ambientale Regionale (PAERS) e successivi monitoraggi, i consumi energetici regionali ammontano nel 2020 a circa 27.000 Gwh: il settore residenziale rappresenta circa il 25% del totale, il terziario il 10%, il settore trasporti circa il 40%, il settore industriale il 25%.

In particolare, il 31% dell’energia complessivamente consumata ai fini residenziali è energia elettrica, il 37% deriva da bioenergie (pellet o legno), il 18% da GPL, il 12% da gasolio e il 2% da altre fonti fossili, del tutto assente il gas naturale. Il settore terziario consuma per quasi l’80% energia elettrica, un valore molto superiore alla media nazionale, che si attesta al 50%, soltanto il 10% da GPL, il 7% da gasolio.

La produzione. La produzione di energia elettrica regionale nel 2020 ammonta a 13.145 Gwh di cui il 74% attraverso centrali termoelettriche o impianti di cogenerazione alimentati a fonti fossili o bioenergie (principalmente connessa al carbone); segue la produzione attraverso impianti eolici (14% della produzione totale), la produzione da impianti fotovoltaici (9%) e infine la produzione da impianti idroelettrici (3%).

Le fonti di energia rinnovabile

Dal dossier della Cna, che analizza i dati degli ultimi 20 anni, emerge con chiarezza come la produzione di energia da fonti rinnovabili (FER) abbia acquisito una progressiva importanza: era pari al 3% nel 2000 e nel 2020 arriva a pesare il 25% della produzione complessiva, pari a 3.704 Gwh, di cui 1.677 da fonte eolica e 1.154 da fotovoltaico. Sulla base dell’ultimo rapporto statistico sull’energia da fonti rinnovabili pubblicato da GSE, in Sardegna nel 2020 erano presenti 40.343 impianti FER, il 4,3% del totale nazione, di cui 39.690 impianti fotovoltaici, 594 impianti eolici e 18 di produzione da fonte idrica e 41 da bioenergia. Essi producono oltre 3.700 Mw, il 3,3% del totale nazionale, ed in particolare le potenzialità maggiori sono connesse alla produzione di energia elettrica da fonte eolica che arriva a pesare quasi il 9% del totale nazionale.

In prospettiva, la diffusione di impianti FER, portata avanti anche attraverso la diffusione delle comunità energetiche, potrebbe incidere positivamente sulle piccole comunità locali della Sardegna. La recente crescita dei costi dell’energia connessa alla situazione internazionale ha inciso particolarmente su imprese e famiglie.

Sulla base dei dati pubblicati da ARERA il prezzo dell’energia elettrica per un consumatore domestico tipo (famiglia con 3 kW di potenza impegnata e 2.700 kWh di consumo annuo) è passato da 16,6 euro per KWh del terzo trimestre 2020 a 41,5 terzo 2022, circa il 150% in più.

Le comunità energetiche

Con la conversione in legge del Decreto Milleproroghe 162/2019 sono state introdotte anche in Italia le “comunità energetiche rinnovabili” previste dalla Direttiva Europea RED II (2018/2001/UE) ovvero un’associazione tra cittadini, attività commerciali, pubbliche amministrazioni locali o piccole e medie imprese che decidono di unire le proprie forze per dotarsi di uno o più impianti condivisi per la produzione e l’autoconsumo di energia da fonti rinnovabili.

Obiettivo principale della comunità energetica è fornire benefici ambientali, economici o sociali a livello di comunità ai suoi azionisti o membri o alle aree locali in cui opera, piuttosto che profitti finanziari. La loro diffusione è spinta dalla volontà di trovare nuovi paradigmi urbani per i piccoli insediamenti che attraverso la produzione e consumo di energia sul posto possono trarre benefici diretti che si traducono in una riduzione dei costi dell’energia e una fuoriuscita dalle logiche di mercato, oltre a una maggiore tutela dell’ambiente.

Questo processo di diffusione viene attualmente incentivato anche dalla pubblicazione di bandi, come ad esempio il Bando per le comunità energetiche e sociali al Sud promosso da Fondazione Sud per 1,5 milioni di euro, per l’erogazione dei fondi del PNRR. Questo bando fa capo alla linea di Investimento 1.2 del PNRR Promozione rinnovabili per le comunità energetiche e l’auto-consumo (Risorse: 1,10 miliardi di euro) si concentra sul sostegno alle comunità energetiche e alle strutture collettive di autoproduzione e consentirà di estendere la sperimentazione già avviata con l’anticipato recepimento della Direttiva RED II ad una dimensione più significativa e di focalizzarsi sulle aree in cui si prevede il maggior impatto socio-territoriale.

L’investimento individua Pubbliche Amministrazioni, famiglie e microimprese in Comuni con meno di 5.000 abitanti, sostenendo così l’economia dei piccoli Comuni, spesso a rischio di spopolamento, e rafforzando la coesione sociale. In particolare, questo investimento mira a garantire le risorse necessarie per installare circa 2.000 MW di nuova capacità di generazione elettrica in configurazione distribuita da parte di comunità delle energie rinnovabili e auto-consumatori di energie rinnovabili che agiscono congiuntamente. La realizzazione di questi interventi, ipotizzando che riguardino impianti fotovoltaici con una produzione annua di 1.250 kWh per kW, produrrebbe circa 2.500 GWh annui, contribuirà a una riduzione delle emissioni di gas serra stimata in circa 1,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Per ottenere quote più elevate di autoconsumo energetico, queste configurazioni possono anche essere combinate con sistemi di accumulo di energia.

L’impostazione basata sulla creazione di comunità sociali coese e solidali, sullo sviluppo di tecnologie sempre più efficienti per la produzione di energia da fonti rinnovabili e sulla riduzione dei consumi da fonti fossili, è pienamente in linea con quanto afferma il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima per gli anni 2021-2030 (PNEIC) italiano. Gli obiettivi del PNEIC sono i seguenti:

  • Raggiungere quota 30% di energia da FER nei Consumi Finali Lordi di energia;
  • Raggiungere quota 22% di energia da FER nei Consumi Finali Lordi di energia nei trasporti a fronte del 14% previsto dalla UE;
  • Ridurre dei consumi di energia primaria rispetto allo scenario PRIMES 2007 del 43% a fronte di un obiettivo UE del 32,5%;
  • Ridurre i “gas serra” del 33% rispetto al 2005, per tutti i settori non ETS, superiore del 3% rispetto a quello previsto dall’UE;
  • il phase out del carbone dalla generazione elettrica al 2025.

L’analisi della Cna

Da un punto di vista delle politiche energetiche che può portare avanti la Sardegna, il vantaggio dello sviluppo delle FER riguarda – secondo la Cna Sarda – i tempi rapidi per rispondere alla crisi energetica e i benefici per i portafogli dei consumatori coinvolti in progetti di comunità energetiche grazie al principio dell’autoconsumo. Lo sviluppo delle comunità energetiche, in aggiunta, avvierebbe progetti di sviluppo economico di cui beneficerebbero le imprese locali, installatori, imprese di costruzioni, artigiani e professionisti.  Il momento – per l’associazione artigiana – potrebbe essere particolarmente propizio, in quanto sia il contesto finanziario sia quello normativo sono favorevoli.

Le tipologie di procedura di autorizzazione sono state ridotte a quattro (la Comunicazione d’inizio lavori per attività in Edilizia Libera, la Dichiarazione di inizio lavori asseverata (DILA), la Procedura Abilitativa Semplificata (PAS) e Autorizzazione Unica ai sensi dell’art. 12 del D.lgs n. 387/2003) al fine di superare la difficoltà legate a processi autorizzativi regionali. Sono stati riordinati i meccanismi di incentivazione e introdotte novità normative per aste, registri e comunità energetiche. Riguardo queste ultime, viene ampliata la fattispecie di attori che possono partecipare alle comunità di energia rinnovabile (con l’introduzione, ad esempio, degli enti religiosi e del terzo settore) e viene consentita l’adesione di impianti già esistenti (per una quota non superiore al 30% della potenza complessiva) e di impianti collocati presso edifici o in siti diversi da quelli ove l’auto consumatore opera.

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