• 31 Ottobre 2026
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Lavoro, in Italia assumere un giovane costa più che negli altri principali Paesi europei

Giovane lavoro
CNA Sardegna: «Assumere un giovane in una piccola impresa costa oltre 43mila euro per 24mila netti, e quando il bonus finisce il costo sale del 16%: così si scoraggia l’occupazione stabile».

CAGLIARI | 31 ottobre 2026. Garantire a un giovane lavoratore 24mila euro netti all’anno può costare a una piccola impresa italiana oltre 43mila euro, considerando retribuzione, imposte, contributi previdenziali e TFR. In altri termini, per ogni 100 euro netti che finiscono nelle tasche del dipendente, l’azienda può arrivare a spenderne oltre 180: la cifra più elevata rispetto ai principali Paesi europei. È quanto emerge da una simulazione della CNA sul costo del lavoro giovanile in sei Paesi europei, che il Centro Studi di CNA Sardegna ha letto in chiave regionale, a beneficio di un tessuto produttivo, quello dell’Isola, composto in larga parte da micro e piccole imprese artigiane.

La simulazione prende a riferimento un’impresa con cinque addetti che assume a tempo indeterminato un giovane di 25 anni, single e senza figli, e considera il costo ordinario del rapporto di lavoro una volta esauriti gli incentivi all’assunzione.

Per assicurare 100 euro netti, il costo aziendale ammonta a 178 euro in Germania, 171 in Portogallo, 170 in Spagna, 166 in Francia e 127 in Irlanda. Per garantire 24mila euro netti annui, il costo aziendale è stimato intorno a 43.500 euro in Italia, 42.800 in Germania, 41.100 in Portogallo, 40.700 in Spagna e 39.900 in Francia. In Irlanda la stima si colloca intorno a 30.400 euro: 13.100 euro in meno dell’Italia.

Costo lavoro Paesi europei

Il problema non riguarda soltanto il livello del costo del lavoro, ma soprattutto la sua evoluzione nel tempo. Ipotizzando un esonero contributivo di 6mila euro annui per i primi due anni, la spesa dell’impresa italiana passa da circa 37.500 euro durante l’agevolazione a oltre 43.500 euro quando questa termina: un aumento nell’ordine del 16%, senza che la retribuzione del lavoratore cresca di un solo euro.

Su un orizzonte di cinque anni, mantenendo costante il reddito netto di 24mila euro annui e ipotizzando il pieno utilizzo del bonus biennale, il costo complessivo supera i 200mila euro, a fronte di 120mila euro netti percepiti dal giovane.

L’analisi europea evidenzia anche differenze negli strumenti utilizzati per sostenere l’occupazione. In Francia opera una riduzione strutturale e decrescente dei contributi datoriali, che a differenza dei bonus temporanei può accompagnare il rapporto di lavoro anche negli anni successivi all’assunzione. In Portogallo, accanto ai contributi economici per favorire le assunzioni, il sistema IRS Jovem prevede agevolazioni sulla tassazione personale dei giovani fino a 35 anni. In Irlanda, dove la contribuzione aziendale ordinaria risulta relativamente contenuta nel profilo considerato, la previdenza integrativa MyFutureFund viene introdotta gradualmente.

«Dietro le cifre della simulazione elaborata dalla CNA c’è un dato che per la Sardegna pesa ancora di più – dichiarano Luigi Tomasi e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionale di CNA Sardegna –: per garantire 24mila euro netti a un giovane, una piccola impresa italiana arriva a spendere oltre 43mila euro, il valore più alto tra i principali Paesi europei. Nell’Isola, dove il tessuto produttivo è fatto di micro e piccole imprese artigiane, questo significa che assumere un giovane resta una scelta molto onerosa, proprio mentre c’è più bisogno di trattenere i talenti sul territorio».

«Il punto, però, non è solo quanto costa un giovane – proseguono Tomasi e Porcu – ma cosa accade quando l’incentivo finisce: un aumento del 16% del costo, senza che la retribuzione cresca di un euro, è uno scalino che un’impresa di cinque addetti fatica ad assorbire. Condividiamo la posizione del presidente nazionale Dario Costantini: serve superare la logica degli incentivi temporanei e costruire strumenti stabili e prevedibili, come quelli che altri Paesi europei hanno già adottato».

«Per questo chiediamo – concludono Tomasi e Porcu – una riduzione strutturale e graduale del costo del lavoro giovanile, che accompagni il rapporto di lavoro anche dopo i primi anni, e misure che tengano conto della realtà delle micro e piccole imprese sarde. Il successo delle politiche per l’occupazione si misura dalla capacità di trasformare i contratti in lavoro stabile e duraturo».

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