• 26 Settembre 2026
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Dalla lingua agli abiti delle nostre mamme: quando gli “stranieri” a scuola eravamo noi sardi

Donna sarda anziana

Ho ancora con me la pagella di terza elementare dell’anno scolastico 1953-54. Scritto in rosso ho un bel tre in Italiano. Ancora in quegli anni non c’era la televisione che pian piano contribuiva ad unificare linguisticamente l’Italia e poco si ascoltava la radio. Io come la maggior parte dei ragazzi di allora frequentavo la scuola della “nazione Italia” da buon immigrato della “nazione Sardegna”, e la cosa più incredibile era che il maestro apparteneva alla “nazione Sicilia” che, di lingua sarda non ne sapeva niente, e ciò che è peggio, aveva qualche difficoltà nell’uso della lingua degli italiani. Dovevamo provvedere noi alunni a fare una duplice traduzione: dal siciliano al sardo e dal sardo all’italiano.

La frase della Meloni: “Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza” mi richiama il fatto che in quella classe terza non eravamo una minoranza di stranieri, ma eravamo la totalità o quasi. Tutti stranieri della lingua ufficiale. Ed ora veniamo alla domanda. Noi “immigrati” nella scuola italiana rallentavamo per caso i programmi di insegnamento come oggi si vuol far credere che facciano i nuovi immigrati? Può darsi di sì, ma solo perché la scuola allora non si poneva minimamente il problema della “inclusione”. Forse abbiamo frustrato il desiderio di qualche docente che in quanto possessore della lingua italiana sbottava che i suoi alunni non riuscivano a seguirlo; di qualche docente per il quale il programma ministeriale era tutto e, come mi è capitato di leggere in molti documenti d’archivio nelle relazioni di fine d’anno scriveva soddisfatto che “il programma era stato svolto per intero”, di qualche docente che poco si preoccupava degli gli allievi che gli stavano davanti e praticava “l’emarginazione” con giudizi negativi, con le bocciature, con le bacchettate sulle mani, con il cappello dell’asino. Cosicché, come dice un grande poeta della Sardegna, Cicitu Masala, che tra poco sarà festeggiato nella sua città natale: “Fu così che, da vivaci ed intelligenti che eravamo, diventammo, tutti, tonti e tristi”. Ma la pedagogia di oggi, e in questo caso sarebbe meglio dire la politica, con tutti i progressi che ha fatto, può continuare ancora a trasformare “alunni stranieri vivaci ed intelligenti, in allievi tonti e tristi” capaci solo di rallentare i programmi e non rendersi conto invece della ricchezza che può arrivare dall’inclusione delle altre culture nelle nostre classi? O pensiamo che questo possa avvenire solo con i programmi Erasmus che poi lo Stato finanzia pure?

E veniamo anche agli abiti dei genitori dei bambini stranieri, portatori tutti di burka e niqab secondo la narrazione corrente.

Mia madre che era di un paese vicino a Sassari era arrivata ad Ozieri col suo costume tradizionale che prevedeva l’uso de “sa faldetta” quando usciva fuori casa, come per accompagnarmi a scuola. “Sa faldetta” per chi non lo sapesse è il vestito lungo e nero che le donne indossavano in alcuni paesi che veniva utilizzato anche come copricapo, e in tutto e per tutto, pur essendo mia madre una cristiana occidentale, rassomigliava nell’abbigliamento ad una qualsiasi donna mussulmana del vicino Marocco. Ed anche le mie cugine nel loro paese, appena raggiunta l’adolescenza, usavano “sa faldetta”, e la portavano con molta eleganza. Se poi mi spostavo ad Orgosolo, trovavo che le donne nascondevano quasi tutto il viso con un fazzoletto di incredibile bellezza. Per passare ad un abito diverso, non furono necessari 20 anni di guerra ed il lancio di 30.000 tonnellate di esplosivi come successo in Afghanistan, giustificati dalla missione storica di togliere il velo alle donne, e non furono nemmeno le minacce. Semplicemente mia madre e le mie cugine smisero l’uso di questi vestiti tradizionali perché i tempi cambiarono e i nuovi costumi ed abiti presero il sopravvento. Come accadrà del tutto spontaneamente agli immigrati di seconda generazione desiderosi di un clima politico sereno per crescere, integrarsi e dare anche un contributo all’Italia, come già avviene abbondantemente, ad esempio, nello sport.

Titino Bacciu

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