• 28 Settembre 2026
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La scuola è aperta a tutti

Scuola

Il recente intervento del Prof. Titino Bacciu (leggi), che approfondiva sotto l’aspetto sociologico e culturale (“Quando gli stranieri eravamo noi sardi”), le problematiche relative agli interventi del Governo sulla Scuola, con particolare riferimento alla presenza degli immigrati nelle classi, invita ad osservare anche sotto altri punti di vista, in particolare quelli storici, sociali e politici, le stesse tematiche, anche per dare un contributo ad una migliore comprensione delle questioni di cui tanto si discute.

La discussione, e le polemiche in corso sono nate in seguito ad un intervento del Governo, che, con decretazione d’urgenza, con accesi toni denuncia: “Non esiste, non esiste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza. Non si può fare”. Lo stesso Governo dichiara la necessità di voler affrontare le questioni delle difficoltà linguistiche degli studenti immigrati, che sarebbero una delle cause principali degli scarsi risultati didattici degli stessi studenti, che metterebbero a rischio il normale funzionamento delle classi, e rappresenterebbero uno dei mali più gravi della scuola italiana.

I problemi delle difficoltà linguistiche, e quindi di comprensione e formazione didattica, non nascono, però, oggi e neppure negli ultimi decenni, né sono causati dalla presenza, più o meno numerosa di immigrati nelle classi. Questi problemi, al contrario, affondano le loro radici nella stessa storia italiana, nelle trasformazioni sociali, economiche e culturali degli italiani. Appartiene alla Storia il fatto che, nella Scuola, è sempre esistito un forte divario nei livelli di formazione tra alunni provenienti dalle classi sociali più ricche economicamente, rispetto ai ceti della popolazione più disagiati e in difficoltà.

Di fronte a questa questione vi è stata una tormentata e complicata evoluzione, storica e normativa: Il Regio Decreto n. 1297/1928 ha introdotto le classi differenziali per separare gli alunni considerati “anormali” o “inadatti” alle scuole comuni.

La Legge n. 1859/1962 ha previsto tali classi per gli alunni “disadattati scolastici”, con programmi e orari speciali. La Legge n. 517/1977 ha poi cancellato le classi differenziali nella scuola elementare e media, introducendo la figura dell’insegnante di sostegno.

L’attuale ordinamento scolastico italiano rifiuta la separazione degli studenti, con una loro inclusione che si basa su strumenti come il PEI (Piano Educativo Individualizzato) per la disabilità e il PDP (Piano Didattico Personalizzato) per i BES (Bisogni Educativi) e con ulteriori interventi normativi previsti dalla Legge 104/1992.

Se la Scuola italiana, oggi, non riesce pienamente e positivamente ad intervenire sulle difficoltà e sui livelli di apprendimento esistenti, questo non è certamente dovuto alla presenza degli immigrati. Possiamo però dire che ben altri sono i problemi della Scuola italiana da affrontare e risolvere con gli interventi necessari.

L’Italia continua a essere uno dei Paesi europei che investe di meno nell’istruzione. Lo confermano gli ultimi dati Eurostat, aggiornati nel 2025 e riferiti al 2023, che mostrano un quadro molto chiaro. L’Italia destina all’istruzione solo il 7,3% della spesa pubblica totale. La media dell’Unione Europea è 9,6%. In rapporto al PIL, investiamo 3,9%, contro una media UE del 4,7%. Siamo in fondo alla classifica, insieme ai Paesi che dedicano meno risorse alla scuola, all’università e alla formazione. E questo ha conseguenze dirette sulla vita delle persone: meno tempo pieno nelle scuole– meno insegnanti– meno servizi per l’infanzia– meno orientamento e formazione tecnica– meno opportunità per i giovani, soprattutto al Sud e nelle isole.

Per quanto riguarda i docenti, i contratti a termine rilevati a settembre sono già 182 mila, di cui 121 mila di sostegno. Le assunzioni effettuate dopo 2 concorsi PNRR hanno lasciato scoperte 23.200 cattedre, oltre il 40% dei posti utilizzabili. La conferma dei supplenti di sostegno da parte delle famiglie ha riguardato solo il 24% dei posti, dati ben lontani dalla garanzia della continuità didattica”- Oltre il 30% del personale ATA è precario e il numero è destinato a crescere ulteriormente dal momento che il Ministero assume solo sui posti lasciati liberi dai pensionamenti senza prendere in considerazione tutti i posti che si liberano per altri motivi.
Molti edifici sono vecchi, insicuri e inadeguati alle esigenze didattiche (crolli di calcinacci frequenti). Molte classi superano i 27 alunni, rendendo difficile l’apprendimento. La dispersione Scolastica, con fenomeni di abbandono implicito (mancanza di competenze) ed esplicito, legati anche alla mancanza di reti sociali.

In conclusione, sarebbe molto interessante sapere da Giorgia Meloni, oggi salita in cattedra nella veste di educatrice, quale sarebbe, nella Scuola italiana, il numero esatto delle classi nelle quali il numero degli alunni che provengono da altre parti del mondo sia superiore a quello degli alunni italiani…

La Meloni educatrice farebbe comunque meglio a consultare e rispettare la Costituzione italiana e, in particolare, il suo art. 34, il quale dispone che “La scuola italiana è aperta a tutti”, come ricordato dal Presidente della Repubblica.

L’attacco di Giorgia Meloni allo stesso Presidente sulle problematiche degli immigrati nelle scuole, serve solo a creare polveroni, per nascondere ben altri problemi, che il governo non è stato in grado di risolvere, come quello del deficit di bilancio oltre il 3,1%, delle accise, delle pensioni, fermo restando che i contenuti delle circolari dell’allora ministro Mattarella avevano ben altri toni e motivazioni rispetto agli intenti ideologici e razzisti della Meloni…

L’obiettivo del ministro Mattarella era, allora, l’integrazione di quei bambini nella scuola pubblica. Il titolo della prima circolare, settembre 1989, recitava infatti: “Inserimento degli stranieri nella scuola dell’obbligo e coordinamento delle iniziative per l’esercizio del diritto allo studio”. Il secondo provvedimento, luglio 1990, parlava di “educazione interculturale”, raccomandando di non creare ghetti”.

Gianni Tola

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